Via del Cipresso


Via del Cipresso è una strada del Rione Trastevere, compresa tra Piazza de' Renzi e Vicolo del Cinque. Secondo il Ruffini la strada deve il nome a un albero di cipresso che qui un tempo era presente. In passato la strada era nota come Vicolo del Cipresso.
Lungo la strada è presente un'Edicola della Pietà.

Altri siti che ne parlano:
Via del Cipresso - in Borgato
Vicolo del Cipresso - in Info Roma

Villini del Quartiere Gianicolense

A seguire un elenco alfabetico dei villini presenti nel Quartiere Gianicolense

Villino della Nave, in Via Felice Cavallotti angolo Via Alberto Mario

Villino della Nave


In Via Alberto Mario angolo Via Felice Cavallotti, nel Quartiere Gianicolense, è possibile notare un villino di colore giallo con, all'angolo, una curiosa scultura: una prua di una nave. Con tutta probabilità si tratta di un dettaglio dovuto alla storia della famiglia che ha costruito l'edificio.
Purtroppo, non siamo al momento a conoscenza di ulteriori particolari.

Articoli su Roma

Capitale corrotta = Nazione infetta di Manlio Cancogni, L'Espresso 11 Dicembre 1955

Dove si trovano i Supercharger Tesla a Roma e nel Lazio


Da alcuni anni a questa parte in Italia e in tutta Europa si stanno diffondendo le automobili elettriche prodotte dall'azienda statunitense Tesla (i dati di vendita parlano di oltre 16mila unità della Model S e 11mila della Model X vendute nel 2017 in tutta Europa). Queste auto, in quanto elettriche, hanno bisogno di appositi punti di ricarica, a partire dai Supercharger. Ecco dove si trovano i Supercharger Tesla a Roma e nel Lazio e anche altri servizi utili.

Per informazioni più dettagliate, vi invitiamo a visitare il sito di Tesla (qui).

Supercharger Tesla:

Ceprano (FR), Albergo Villa Ida, Via Caragno 27
Magliano Sabina (RI), chilometro 64 Via Flaminia

Prossime aperture annunciate da Tesla:
Civitavecchia (RM)
Aprilia (LT)

Destination Charging Tesla:

Rione Esquilino:
Best Western Hotel President, Via Emanuele Filiberto 173
Rione Castro Pretorio:
Best Western Premier Royal Santina, Via Marsala 22
Quartiere Parioli:
Hilton Garden Inn, Viale Liegi 62
Quartiere Pinciano:
Aldrovandi Villa Borghese, Via Ulissa Aldrovandi 15
Quartiere Tiburtino:
Best Western Blu Hotel, Largo Domenico de Dominicis 4
Quartiere Tuscolano:
Hotel Holiday Inn Express Rome San Giovanni, Via Assisi 51/53
Quartiere Trionfale:
Roma Cavalieri, Waldorf Astoria Resort, Via Alberto Cadlolo
Quartiere Della Vittoria:
Parking Faravelli, Via Luigi Giuseppe Faravelli 28
Quartiere Europa:
Hotel Villa Eur Parco dei Pini, Piazzale Marcellino Champagnat 2
Suburbio Gianicolense:
Crowne Plaza Rome's Saint Peter, Via Aurelia Antica 415
Zona Marcigliana:
Via di Settebagni 72
Zona Acilia Sud:
Arts Garden Hotel, Via Aristofane 10

Anzio (RM), Centro Anthos II, Via Goldoni 62
Cerveteri (RM), B&B Villa La Giulia, Via di Gricciano 17
Cassino (FR), Best Western Hotel Rocca, Via Sferracavalli 105
Fiuggi (FR), Palazzo della Fonte, Via dei Villini 7
Frosinone (FR), Hotel Testani Frosinone, Via Tomaso Albioni 253
Viterbo (VT), Area Commerciale Roda, Via Villanova

Capitale corrotta = nazione infetta




L'11 dicembre 1955 Manlio Cancogni pubblicò un'inchiesta sul settimanale L'Espresso che segnò la storia del giornalismo italiano, si trattava della prima denuncia della speculazione edilizia a Roma, il titolo dell'articolo a pagina 3 del settimanale era "Quattrocento miliardi" riferito al sindaco Salvatore Rebecchini.
Il direttore del nuovo settimanale Arrigo Benedetti lanciò in prima pagina l'inchiesta con il titolo, profetico per i destini della giovane Repubblica, "Capitale corrotta = nazione infetta".
Era la prima volta che venivano descritti nel dettaglio i meccanismi che governavano l'edilizia romana, Cancogni li aveva desunti studiando la documentazione raccolta dal consigliere comunale ed ex assessore della giunta capitolina Leone Cattani, che nelle sedute del Consiglio Comunale aveva molte volte denunciato le pressioni dei costruttori sull'assessorato per ottenere aumenti di cubatura e varianti urbanistiche nell'esecuzione dei piani particolareggiati. Il Comune di Roma invece di regolare l'espansione della città, lasciava mano libera agli speculatori che prendevano l'iniziativa di costruire nelle zone dove possedevano terreni, forzando il PRG del 1931, il sindaco Salvatore Rebecchini sarebbe stato il responsabile di questa malgestione amministrativa e rappresentante di una clamorosa corruzione che aveva raggiunto il cuore della politica romana.
La più grande delle società edilizie, e dunque la principale accusata era la Società Generale Immobiliare, colosso finanziario e proprietario di vaste aree agricole legato alle finanze Vaticane.
Il colpo per Rebecchini fu fatale, soprattutto dopo la campagna che si scatenò contro di lui da parte dell'Espresso nei mesi successivi, tanto che la DC lo costrinse a non ricandidarsi come sindaco di Roma alle elezioni del 1956.
La Società Generale Immobiliare, guidata dal presidente Eugenio Gualdi, reagì querelando Cancogni per diffamazione. Nel processo che seguì anche Benedetti fu incriminato, come direttore del giornale; un vasto pubblico seguì le vicende giudiziarie che seguirono, e portarono prima all'assoluzione degli imputati per insufficienza  di prove, il 29 dicembre 1956, poi alla clamorosa condanna della Corte d'appello, il 23 dicembre 1957, per entrambi i giornalisti a otto mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 70.000 lire.

L'occhiello di Arrigo Benedetti sulla prima pagina dell'Espresso lanciava l'inchiesta esposta nelle pagine successive con il fortissimo titolo di Capitale corrotta = nazione infetta.

Quattrocento miliardi

In qualsiasi altro comune sarebbe arrivato un commissario prefettizio

di MANLIO CANCOGNI


ROMA - Presto il sindaco Rebecchini ci lascerà. Andrà a Madrid, ambasciatore presso il governo di Franco. Al suo posto si presenterà una personalità politica di maggiore prestigio, forse un ministro. Questi sono progetti dei democristiani di Roma, preoccupati per l’avvicinarsi delle elezioni comunali che si annunciano così pericolose per la giunta che amministra la capitale.

Durante l’amministrazione Rebecchini il Comune ha fatto centoventi miliardi di debiti che costano dieci miliardi d’interessi l’anno, per pagare i quali non è sufficiente l’intero gettito annuale delle imposte dirette. Il deficit annuo si aggira intorno ai dieci miliardi. Tutte le aziende autonome, come l’Atac, ad esempio, sono diventate passive. In compenso, quelle private, come la Pia Acqua Marcia, hanno continuato a realizzare utili enormi e le aree fabbricabili hanno avuto incrementi di valore di sessanta, settanta miliardi l’anno.

Gli abusi, le manchevolezze dell’amministrazione Rebecchini avrebbero portato in qualsiasi altro comune alla nomina di un commissario prefettizio. A Roma non è avvenuto oltre che per il volere del partito di maggioranza, perché i principali gruppi speculatori della capitale desiderano la permanenza dell’attuale consiglio in Campidoglio. Nessuno potrebbe garantir loro vita più facile di quella che hanno avuto fino ad oggi.

Nell’attuale inchiesta non si vuole parlare tuttavia né del sindaco né del disservizio del Campidoglio. Vogliamo invece fare un quadro delle speculazioni che il sindaco e il Campidoglio hanno permesso e incoraggiato. La più grave di tutte, chiave di volta dell’intero sistema, è quella sulle aree fabbricabili. La vita dell’intera popolazione ne è compromessa.

Se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree; se ventottomila famiglie vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree; ma se trecentomila famiglie di professionisti, commercianti, impiegati, operai pagano affitti sproporzionati alle loro possibilità o vivono in case vecchie, sovraffollate, sprovviste di conforts moderni, la colpa è degli speculatori delle aree. Otto anni fa, quando l’ingegnere Rebecchini fu nominato (per scherzo dissero alcuni maligni del suo partito) sindaco di Roma, Vigna Clara non esisteva. Quattrocento metri a nordovest dal punto in cui la nuova Cassia e la vecchia Flaminia si incrociano, c’erano prati e poggi da cui si poteva vedere la vallata del Tevere, e dall’altra parte le colline di Villa Glori o dei Parioli.

Vigna Clara, oggi, è un quartiere di lusso. Per il momento è un nucleo di abitazioni raccolto su una breve collina, circondato dalla campagna. Come un villaggio americano possiede tutte le attrezzature più moderne: i negozi, dal droghiere al parrucchiere per signora, sono sistemati ai diversi piani di un unico edificio che occupa l’intero lato della piazza centrale. Le palazzine, fresche, pulite, pitturate a nuovo, sono rifinite alla perfezione. Non esistono cortili ma praticelli con l’erba all’inglese: nel mezzo, la piscina.

Un vano a Vigna Clara si vende a 1.300.000 lire. Il costo, si valuta 650.000 lire. Il margine va per metà alla Società edilizia Vigna Clara che ha costruito il quartiere, e per metà alla Società Generale Immobiliare, proprietaria dei terreni e che ha fatto il piano regolatore, subentrando al Comune, e ha dato alla zona il suo carattere di residenza di lusso. Oggi, grazie a questo nucleo così spiccatamente signorile, e naturalmente grazie ai lavori del Comune che oltre ad avere fatto la grande arteria di raccordo con la vecchia Cassia, ha portato sul luogo tutti i servizi, l’Immobiliare vende i terreni intorno a Vigna Clara a 40.000 lire al metro quadrato. Li aveva comprati a prezzo agricolo, intorno alle quattrocento lire. A questo punto facciamo una parentesi e citiamo le parole che Pio XII rivolse ai presidenti degli Istituti delle Case Popolari convenuti a Roma per celebrare il cinquantesimo anniversario di quell’Istituto.

Disse il Pontefice: “Le competenti autorità, senza dubbio non debbono né possono sottrarre direttamente o indirettamente alla proprietà ogni accrescimento di valore derivante unicamente dalla evoluzione delle circostanze locali; ma la funzione sociale della proprietà esige che tale guadagno non impedisca agli altri di soddisfare convenientemente e a prezzo equo un bisogno così essenziale come quello di un’abitazione. Combattete dunque con tutti i mezzi che il bene comune giustifica l’usura fondiaria ed ogni speculazione finanziaria economicamente improduttiva con un bene così fondamentale qual è il suolo”. Il suolo della zona di Vigna Clara era ed è in gran parte ancora della Società Generale Immobiliare, le cui azioni sono per la metà almeno nelle mani della Santa Sede. Uno dei principali consiglieri della Società è il principe Marcantonio Pacelli, nipote del papa. Il discorso di Pio XII risale al 21 novembre del ’53. In questi due anni, fra Vigna Clara, che allora non esisteva, e altre zone, l’Immobiliare ha realizzato utili di miliardi. Ma torniamo sulle colline fra la Cassia e la Flaminia.

Presidente della Società Edilizia Vigna Clara è il dottor Samaritano. Si consulti un annuario delle grandi società per azioni e si vedrà che il dottor Samaritano è anche il direttore generale dell’Immobiliare. In realtà Vigna Clara e Immobiliare sono la stessa cosa. Come sono la stessa cosa Immobiliare e Edilizia Due Pini, Immobiliare e Edilizia Tor Carbone, Immobiliare e Società Edilizia Piazza Clara, Immobiliare e un numero infinito di società che hanno come fine sociale la compravendita di terreni, la costruzione di case, il fitto, la vendita d’immobili ecc. ecc. Fine reale di queste società è alleggerire fiscalmente la società madre e coprire le sue manovre speculative sulle aree fabbricabili. I terreni dell’Immobiliare sono disposti intorno a Roma in maniera strategica. Ne ha per 470.000 metri sulla via Tuscolana, per 530.000 a Tor Carbone, per 90.000 sulla Prenestina, per 215.000 sulla Trionfale, per 50.000 sulla Salaria, per 1.336.000 sulla Nomentana, per 1800.000 sulla Casilina, ecc. ecc. In questo modo essa può decidere volta a volta in che direzione le conviene che la città avanzi.

Scelto il campo di operazioni viene affidata a una società di comodo la sistemazione di un certo tratto stabilendo se debba essere edificato a intensivo, a palazzine, a villini, se debba essere di carattere medioborghese o signorile. In genere l’Immobiliare preferisce quest’ultimo tipo, che dà i margini più alti. Tutte le altre società fondiarie e edilizie hanno seguito il suo esempio. La società edilizia alla cui testa viene messo uno dei consiglieri o dei funzionari dell’Immobiliare costruisce un primo gruppo di abitazioni. Il Comune è obbligato a portare servizi, dall’acqua all’autobus, e il prezzo dei terreni sale. Tutti adesso vogliono costruire nella zona e piccole e medie società edilizie chiedono di comprare il terreno. Naturalmente questi costruttori si adegueranno in seguito ai prezzi base dettati dalla prima società.

Fra di loro si trovano, non di rado, impiegati o funzionari del Comune, che, Dio sa perché, si sono trovati a un tratto proprietari di una strisciolina di terra. Ecco come si svolge la manovra. Riguardo alla zona, l’Immobiliare ha soltanto l’imbarazzo della scelta. Essa possiede infatti, nel solo comune di Roma, circa otto milioni di metri quadrati, di cui due già compresi nel piano regolatore, e gli altri in zone dove la città si sta estendendo grazie all’interessamento delle società proprietarie di aree. Intanto l’Immobiliare è passata a coltivare un’altra zona. Adesso, per esempio, ha messo gli occhi su una fetta di 800.000 metri quadrati fra la via Appia nuova e quella antica, in località Villa dei Quintili.

I proprietari, fra cui anche gente modesta, non sono in grado di valorizzarli. L’Immobiliare in questi casi crea una società in cui entrano a far parte quei proprietari incapaci e con questi alleati procede all’esecuzione dei suoi piani. Essa ha una lunga pratica, e anche quando una zona come quella fra le due Appie è al centro di aspre polemiche, sa come farsi valere presso gli uffici del Comune. Fra l’altro uno dei più importanti consiglieri in Campidoglio, Bardanzellu, è uno dei suoi avvocati. Certo non è facile in Campidoglio resistere a una potenza come l’immobiliare. I funzionari comunali, i tecnici, i membri delle commissioni ricevono stipendi assai bassi.

I tre più importanti azionisti della società sono: la Santa Sede, la Fiat, l’Italcementi, rappresentati rispettivamente da Eugenio Gualdi, Vittorio Valletta, e Carlo Pesenti. È interessante scorrere i nomi delle altre persone che reggono i destini dell’Immobiliare. Il vicepresidente, Guido Traves, è uno dei principali azionisti della Bastogi, della Centrale e della Meridionale di Elettricità; l’amministratore, ingegnere Enrico Galeazzi, è membro del consiglio della Pia Acqua Marcia e della Società Romana di Elettricità; il consigliere, Bernardino Nogara, che cura gli affari finanziari del Vaticano è consigliere della Beni Stabili (l’altra grande società che regola la sorte delle aree e dell’edilizia romane), consigliere della Società Molini e Pastifici Pantanella, delle Strade Ferrate Meridionali, della Montecatini, della Adriatica di Elettricità, dell’Elettrochimica del Caffaro, delle Cartiere Burgo, dell’Istituto Italiano di credito Fondiario, della Società Anonima Condotte d’Acqua, ecc ecc.; il consigliere principe Marcantonio Pacelli è amministratore della Pantanella, della Sogene (filiale dell’Immobiliare), della Lai; il consigliere avvocato Osio è consigliere dell’Italgas che è la stessa cosa della Romana Gas. Non occorre parlare degli altri.

Il quadro è sufficiente a mostrare che le grandi potenze della capitale, e cioè l’Immobiliare, la Beni Stabili, la Pia Acqua Marcia, la Roma Gas e la Romana di Elettricità, sono collegate fra loro (e tutte hanno legami col Vaticano) con un unico scopo (che negli statuti viene chiamato fine sociale): il controllo economico di Roma. Abbiamo finora accennato soltanto all’attività dell’Immobiliare perché il suo esempio è classico e perché essa non fa mistero dei suoi programmi. In una recente seduta dell’assemblea dei soci fu fatta una dichiarazione sufficiente a chiarire i rapporti fra questa società privata e la legge. Fu detto: “Il comune di Roma dovrà in avvenire mostrarsi più comprensivo nei riguardi dell’Immobiliare lasciandola libera di applicare il piano regolatore secondo le sue vedute. L’Immobiliare possiede tutti i mezzi, architetti, tecnici, urbanisti, ecc. ecc. per dare a Roma lo sviluppo che compete a una città delle sue tradizioni”. Gli altri grossi proprietari non hanno altrettanto potere, ma sanno anche essi agire con sufficiente abilità. I più ragguardevoli sono: il marchese Alessandro Gerini con sei milioni di metri quadrati, la sorella del marchese, Isabella, con due milioni e mezzo, i principi Lancellotti con sette milioni. Per dare un esempio di qualcuna delle speculazioni compiute da queste famiglie citiamo le parole pronunciate nell’aula del consiglio comunale, in una seduta del febbraio ’54, da Aldo Natoli, il consigliere che con Leone Cattani si è dedicato al compito di denunciare le grosse speculazioni edilizie del comune di Roma. Né il sindaco, né altri consiglieri osarono ribattere. Disse Natoli: “Parlerò di ciò che è avvenuto in una ristretta zona del Quadraro, lungo via Tuscolana.

Nel 1950, l’Ina-Case comprò dal marchese Gerini a 1200 lire a metro quadrato e iniziò la costruzione di un importante centro di abitazioni. Il Comune naturalmente impiantò i servizi pubblici. In tre anni i prezzi dei terreni di proprietà del marchese Gerini compresi nei piani particolareggiati sono arrivati a cifre che variano dalle 15 alle 20.000 lire sul fronte della Tuscolana, fino alle 10.000 lire nell’interno. Si tratta in complesso di 57 ettari del marchese Gerini, di 117 ettari di sua sorella Isabella: un calcolo non arduo dimostrerebbe che il valore è aumentato di alcuni miliardi: 5 o 6 per il marchese Alessandro, un decina per la signora Isabella. Nel 1951 il Comune decise di costruire Villa Gordiani (un blocco di case popolari sulla Prenestina).

Il Comune possiede ancor oggi, per quanto il suo patrimonio si trovi in uno stato deprecabile, circa cinque milioni di metri quadrati di aree. Noi sostenevamo allora che il Comune avrebbe dovuto costruire su aree proprie perché così avrebbe risparmiato la spesa per l’acquisto di nuovi terreni e avrebbe inoltre valorizzato il patrimonio proprio, non quello altrui. Il Comune invece comprò dieci ettari di terreno… dopodiché cominciò a costruire, a impiantare servizi pubblici valorizzando così tutta quella zona. Il risultato a tre anni di distanza è che i prezzi dei terreni sono aumentati di una diecina di volte lungo la Prenestina. La proprietà dei principi Lancellotti è in questa località di 96 ettari”. Accanto agli immobiliari, di cui abbiamo citato i maggiori, ci sono poi i costruttori. Ma qui bisogna fare una distinzione. I grossi, come Antonio Scalera, Romolo Vaselli, Tudini e Talenti, Federici ecc. ecc., sono nello stesso tempo proprietari di aree (due milioni e mezzo di metri quadrati Vaselli, nove milioni Scalera lungo la via Cristoforo Colombo fatta naturalmente a spese del Comune); gli altri, medi o piccoli, comprano invece il terreno volta a volta, rifacendosi dei costi maggiorati della vendita o nell’affitto degli appartamenti.

La procedura è sempre la stessa. Una ditta affiliata a Vaselli, per esempio mettiamo alla Società Palazzine Valadier, costruisce un piccolo blocco di abitazioni all’estremo di un terreno di cui il conte è proprietario; un’altra società, non meno fittizia, fa analogo lavoro all’altra estremità. Di colpo l’area che si trova in mezzo alle due zone costruite sale di valore. La città si estende da quella parte. Le grandi ditte costruttrici allora vendono e lasciano costruire alle piccole. Con questi metodi, sollecitati dalla speculazione sulle aree, l’edilizia romana non ha cessato di svilupparsi. Dai 26.673 vani costruiti nel ’50 si è passati ai 41.881 del ’52 e ai 75.127 del ’54. La media annua in questo periodo è stata di 46.762. la più alta in tutta Italia. Sono alloggi i cui fitti vanno da un minimo di 30-35.000 lire per appartamenti di tre vani dove la fabbricazione ha carattere intensivo, a massimi che toccano le 100.000 nelle palazzine o nei villini delle zone favorite. Abbiamo detto l’edilizia romana, ma avremmo dovuto precisare: l’edilizia romana privata. La situazione di quella pubblica infatti è molto meno brillante. In sette anni l’Ina-Case che dovrebbe assicurare ai meno abbienti fitti economici mai superiori alle 10.000 lire al mese ha allestito soltanto 6300 alloggi pari a 31.110 vani. L’Istituto Case Popolari non ha nemmeno raggiunto queste cifre. E tuttavia è proprio in questo campo che la richiesta è enorme.

Vi sono nella città 66.467 alloggi con un indice di affollamento superiore alle due persone per vano. Vi vive il trenta per cento della popolazione. In 25.000 alloggi l’affollamento supera le tre persone per vano. Poi ci sono le 28.000 famiglie che vivono nelle baracche, spesso in vista, come accade per il campo Parioli, delle zone di lusso dove più sfrenata è stata la speculazione sulle aree che li condanna a quella vita miserabile. Volendo risolvere in dieci anni il problema della casa per i romani (oltre all’eliminazione delle baracche e alla riduzione dell’affollamento è necessario sostituire le case logore e provvedere alle 35.000 persone che ogni anno affluiscono nella capitale) l’ufficio statistica del Comune ha calcolato che bisognerebbe costruire 80.000 vani all’anno. L’edilizia privata è quasi arrivata, nel ’54, a questa cifra. Ma essa offre un prodotto che si rivolge a tutt’altro mercato. E, monopolizzando a suo profitto le aree, impedisce che un’edilizia economica abbia il suo naturale sviluppo.

Utilizzando certi articoli del Testo Unico dell’Edilizia popolare il Comune avrebbe potuto porre la questione dell’esproprio. Ma anziché espropriare il Comune preferisce vendere ai privati anche quel poco che ha. È di questi giorni la vendita all’asta delle terre comunali del Campo Parioli, andata deserta perché le grosse società hanno preferito attendere per acquistarla al prezzo più basso. Vi è un’altra legge fatta espressamente per Roma nel 1931 che, se applicata, avrebbe dato un enorme vantaggio al Comune e alla cittadinanza. Essa autorizza a imporre ai proprietari dei beni che siano avvantaggiati dalla esecuzione delle opere previste dal piano regolatore un contributo pari alla metà dell’aumento effettivo del valore. Gli incrementi di valore delle aree, tra il ’48 e il ’53 sono valutati a non meno di 300 miliardi.

Se il Comune avesse applicato la legge avrebbe avuto un beneficio di 150 miliardi con i quali avrebbe potuto pagare tutti i suoi debiti. Ebbene in questo periodo la ripartizione Tributi dell’amministrazione capitolina ha fatto accertamenti solo per un miliardo e 178 milioni. Proprietari di aree ed edili sono dunque gli incontrastati padroni della città e ne regolano la sorte e l’avvenire a loro arbitrio. Il comune di Roma è stato dal ’50 ad oggi zona di speculazione fondiaria e edilizia e tale deve restare. Questo è in sintesi il quadro di ciò che è avvenuto nei sette anni dell’amministrazione Rebecchini. Durante questo tempo il sindaco non ha cessato di sorridere. Egli pare non avverta nemmeno il pericolo che gli si sta scavando, e non retoricamente, il terreno sotto i piedi. Le perdite d’acqua dovute all’invecchiamento delle condutture, la rottura di molte fognature dovuta all’incuria dell’amministrazione hanno formato nel sottosuolo fra il Pantheon e il Campidoglio una palude che un giorno potrebbe inghiottire gli edifici di quei quartieri e le persone che vi abitano.

Il pranzo di Natale nella tradizione Romana



A Roma il Natale si inizia a festeggiare con il cenone della Vigilia, ma ciò non significa che non si celebri anche con un pranzo il 25 Dicembre.

Ai tempi dello Stato Pontificio, i Romani erano soliti recarsi la sera del 23 Dicembre presso il principale mercato del pesce cittadino, al Portico d'Ottavia, seguendo la tradizione nota come cottìo. La tradizione rimase invariata anche quando questo mercato venne trasferito da Papa Pio VII Chiaramonti in Via delle Coppelle, quando con l'Unità d'Italia si trasferì a San Teodoro e quindi, nel 1927, fu assorbito dai Mercati Generali.


Il pesce fresco all'epoca era particolarmente costoso, e non accessibile alle classi povere: esso finiva perciò soprattutto nelle tavole dei più ricchi. Il cottìo in ogni caso aveva inizio la sera del 23 Dicembre e procedeva fino all'alba del giorno successivo, quando terminava sotto forma di asta per il pesce rimanente.

In ogni caso, la tradizione Romana vuole che alla Vigilia di Natale la cena sia a base di pesce, mentre il pranzo del giorno successivo è previsto molto abbondante.

Per quanto riguarda il primo, in genere i piatti più celebri sono il la stracciatella o i cappelletti alla Romana in brodo, seguiti dal cappone in brodo arricchito da una salsa aromatica di prezzemolo, acciughe, aceto, capperi, aglio, mollica di pane e olio, o anche cotolette d'abbacchio impanate con fritto vegetale, cicoria ripassata in padella e gobbi lessati nel burro e parmigiano.

A conclusione della cena la tradizione vuole che si consumi la frutta di stagione, seguita dai dolci tradizionali, il pangiallo e il torrone.

Altri siti che ne parlano:
Il Natale nella Cucina Romana - in Turismo Roma

Pangiallo


Il pangiallo è un dolce tipico della cucina Romana, oggi un tipico dolce Natalizio della Capitale, le cui origini risalgono addirittura all'Antica Roma. Questi dolci, infatti, che si presentano di colore dorato, venivano distribuiti durante la festa del Solstizio d'Inverno per favorire il ritorno del sole.

Con il passare dei secoli, tale dolce ha leggermente cambiato aspetto e ricetta, ma è rimasto particolarmente popolare a Roma, divenendo un dolce tipico delle Festività Natalizie e tradizionalmente consumato sia durante il cenone della Vigilia di Natale che durante il Pranzo di Natale. Esso tradizionalmente veniva realizzato tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, sottoponendo poi il tutto a cottura e ricoprendolo da uno strato di pastella d'uovo.

Spesso, come frutta secca, le massaie romane hanno preferito utilizzare i noccioli della frutta secca opportunamente essiccati al posto delle costose mandorle e nocciole.

Durante il periodo dello Stato Pontificio, i principali forni e pasticcerie che offrivano il più celebre pangiallo dell'epoca erano Scurti in Piazza San Luigi dei Francesi, Panelli in Via della Dogana Vecchia, Loreti lungo la Via Papale e Giuliani al Teatro Valle.

Il passare del tempo ha portato in Italia il panettone e il pandoro a essere i due dolci Natalizi più popolari del Paese, lasciando in secondo piano tanti tradizioni locali, come il pangiallo di Roma. Esso, tuttavia, si può ancora trovare in numerosi forni e negozi a Roma.

Come si prepara il pangiallo?

Ecco una ricetta per chi volesse cimentarsi nella preparazione del pangiallo.

Ingredienti:
- Miele
- 200 grammi di farina
- 200 grammi di mandorle
- 200 grammi di noci
- 200 grammi di pinoli
- 300 grammi di uva passa
- 100 grammi di cedro candito
- 200 grammi di fichi
- 200 grammi di nocciole
- 100 grammi di cioccolato fondente in pezzi

Amalgamare il tutto con farina e spennellare con la parte rossa dell'uovo, dopodiché mettere 30 minuti in forno.

Il cenone della Vigilia di Natale nella tradizione Romana

Il tradizionale cottìo del 23 Dicembre disegnato da Dante Paolucci
A Roma il Natale si inizia a festeggiare con il cenone della Vigilia. La tradizione Romana vuole che il 24 Dicembre si mangi pesce, soprattutto di piccola taglia. La tradizione infatti vuole che la cena della Vigilia di Natale sia "di magro".

Ai tempi dello Stato Pontificio, i Romani erano soliti recarsi la sera del 23 Dicembre presso il principale mercato del pesce cittadino, al Portico d'Ottavia, seguendo la tradizione nota come cottìo. La tradizione rimase invariata anche quando questo mercato venne trasferito da Papa Pio VII Chiaramonti in Via delle Coppelle, quando con l'Unità d'Italia si trasferì a San Teodoro e quindi, nel 1927, fu assorbito dai Mercati Generali.

Il pesce fresco all'epoca era particolarmente costoso, e non accessibile alle classi povere: esso finiva perciò soprattutto nelle tavole dei più ricchi. Il cottìo in ogni caso aveva inizio la sera del 23 Dicembre e procedeva fino all'alba del giorno successivo, quando terminava sotto forma di asta per il pesce rimanente.

In ogni caso, la tradizione Romana vuole che alla Vigilia di Natale la cena sia a base di pesce.

Per quanto riguarda l'antipasto, la tradizione prevede che si mangino gamberetti sgusciati, polipetti, anguilla marinata e sottaceti. Di primo, in genere i piatti più celebri sono il brodo d'arzilla e gli spaghetti con le vongole, mentre di secondo pesce arrosto o gamberoni sgusciati, accompagnati da un contorno di verdure fritte tra cui cavolfiori, broccoli, carciofi, filetti di zucchine, gobbi o filetti di baccalà e patate, mele e ricotta.

A conclusione della cena la tradizione vuole che si consumi la frutta, principalmente mandarini, clementine e frutta secca, seguita dai dolci tradizionali, il pangiallo e il torrone.

Altri siti che ne parlano:
Il Natale nella Cucina Romana - in Turismo Roma

Gli Zampognari

Suonatori di zampogna a inizio XX Secolo
Gli zampognari sono i suonatori della zampogna, uno strumento musicale a fiato particolarmente diffuso nell'Italia centromeridionale. Nel Lazio esso è molto diffuso soprattutto nelle provincie di Latina e Frosinone, dalle quali, insieme che dal vicino Abruzzo, gli zampognari si sono storicamente recati a Roma soprattutto nel periodo compreso tra l'Immacolata Concezione e Natale e durante le Festività Natalizie.

La zampogna è uno strumento aerofono a sacco con quattro o cinque canne, con un'otre per l'accumulo d'aria in genere realizzata in pelle di pecora.

Gli zampognari sono una figura tipica delle Festività Natalizie, e la loro tradizionale melodia è Tu scendi dalle Stelle, composta da Sant'Alfonso Maria De' Liguori, insieme ad altre canzoni tipiche del Natale.

Oltre alla zampogna, molti di questi musicisti suonano la ciaramella, uno strumento simile.

In genere gli zampognari sono pastori o contadini durante l'anno, e durante il periodo di Natale si trasferiscono nelle città per suonare melodie Natalizie.

A Roma gli zampognari sono stati per decenni una figura tipica del Natale e del periodo delle Feste: a Piazza Navona, sede del principale mercato di Natale di Roma, se ne potevano trovare un gran numero, e altri giravano per le diverse zone di Roma suonando. Con il passare degli anni questo mestiere è stato svolto da sempre meno persone, ma ancora oggi è possibile incontrarne, seppur in minor numero.

Colosseo primo e Musei Vaticani secondi nella classifica di TripAdvisor delle attrazioni più popolari al mondo


Con un comunicato pubblicato sul suo sito (qui il link), il popolare sito TripAdvisor ha fatto sapere quali sono state le attrazioni più amate dai suoi utenti nel corso del 2018, sancendo un ottimo risultato per la città di Roma che occupa sia la prima posizione con il Colosseo che la seconda con i Musei Vaticani.

I dati si basano sul numero di prenotazioni avvenute tramite il sito per tali attrazioni (la classifica esclude dunque tutti i monumenti che possono essere ammirati e visitati gratuitamente, quali la Basilica di San Pietro o la Fontana di Trevi, per esempio). Sono in tutto 140mila le attrazioni e le esperienze che possono essere prenotate in tutto il mondo attraverso il sito TripAdvisor.

Il Canal Grande, che compare in decima posizione, è inserito infatti in questa classifica per i tour che vengono proposti attraverso i quali è possibile ammirare Venezia da un punto di vista unico.

Ecco le prime dieci posizioni della classifica resa nota da TripAdvisor:

1- Colosseo, Roma, Italia
2- Musei Vaticani, Città del Vaticano
3- Statua della Libertà, New York, Stati Uniti
4- Museo del Louvre, Parigi, Francia
5- Torre Eiffel, Parigi, Francia
6- Sagrada Familia, Barcellona, Spagna
7- Golden Gate, San Francisco, Stati Uniti
8- Stonehenge, Amesbury, Regno Unito
9- Reggia di Versailles, Versailles, Francia
10- Canal Grande, Venezia, Italia

Da Ciceruacchio



Ciceruacchio è stato un ristorante esistito in Via del Porto, nel Rione Trastevere, e oggi scomparso (al suo posto è nato nel 2003 il ristorante La Gattabuia).
Il ristorante nacque negli anni '50 su iniziativa dell'attore e imprenditore statunitense Remington Olmsted, che valorizzò l'area di Trastevere compresa tra Piazza di Santa Cecilia e il vecchio Porto di Ripa Grande acquistando alcuni locali in cui creò alcuni ristoranti, tra cui appunto Ciceruacchio e i vicini Meo Patacca e Fieramosca in Piazza dei Mercanti. L'obiettivo di Olmsted era quello di ricreare in questi caratteristici ambienti, ancora ben conservati, l'ambiente e l'atmosfera della Roma del XIX Secolo.
Un vecchio menu di Ciceruacchio, oggi conservato presso la Gattabuia
I ristoranti divennero presto punti di riferimento della Roma della Dolce Vita e dei decenni successivi, caratterizzati dagli ambienti in cui si poteva ritrovare la Roma di una volta e dai caratteristici musicisti che intrattenevano i clienti con stornelli romani e musica tradizionale.
Il ristorante, per la sua notorietà e per il suo suggestivo ambiente, è stato anche utilizzato come set cinematografico, in primis per Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini.

Vittorio Gassman al ristorante Ciceruacchio
Nel 2003 il ristorante è stato rilevato e sostituito da La Gattabuia, che dopo un restauro conserva ancora cimeli del vecchio Ciceruacchio e degli altri ristoranti della zona.

L'ingresso del ristorante Ciceruacchio

Stornelli al ristorante Ciceruacchio 
Ringraziamo per la collaborazione Vincenzo Taito de La Gattabuia, che ha avuto la cortesia di condividere con noi alcune foto storiche di Ciceruacchio.

Un vecchio volantino di Ciceruacchio

Architetture civili scomparse nel Rione Castro Pretorio

A seguire, in ordine alfabetico, una serie di architetture civili non più esistenti comprese nel Rione Castro Pretorio:

Lampada OSRAM, in Piazza dei Cinquecento

Obelisco di Luce


L'Obelisco di Luce è un'opera d'arte esistita a Roma tra il 1999 e il 2001 che si trovava in Piazza dei Cinquecento, nel Rione Castro Pretorio, di fronte alla Stazione Termini. L'opera, dell'artista Giulio Ceppi, voleva rappresentare in vista del Giubileo del 2000 il disarmo nucleare e la pace: si presentava infatti come una specie di razzo, che di giorno diveniva estremamente luminoso per via del sole riflesso e la notte assumeva diversi colori.


Su di esso era presente uno schermo con un numero, quello delle testate nucleari presenti nel mondo, con la speranza che potesse scendere sempre di più.
La sua forma, oltre che quella di un missile, ricordava anche quella di una grande siringa e i romani lo ribattezzarono "siringone" o "siringoide". All'inizio del 2001 l'Obelisco di Luce venne rimosso.



Lampada OSRAM


La Lampada OSRAM è stata uno dei più noti arredi urbani presenti in Piazza dei Cinquecento, nel Rione Castro Pretorio, di fronte alla Stazione Termini. Si trattava di un lampione particolarmente alto eretto nel 1960 dalla casa produttrice illuminotecnica tedesca OSRAM in occasione delle Olimpiadi di Roma che aveva alla sua sommità lampade a vapori di mercurio particolarmente moderne per l'epoca.
Tra il 1982 e il 1983 la lampada venne rimossa.


Per tutto il tempo nel quale rimase in Piazza dei Cinquecento, la Lampada OSRAM fu un punto di riferimento per i romani e non, divenendo un luogo semplice da trovare per darsi appuntamento in una piazza frequentatissima in cui sono presenti una stazione ferroviaria, la metropolitana e un importante capolinea degli autobus.
Proprio questo aspetto della Lampada OSRAM è stato citato in una canzone di Claudio Baglioni, che si chiama appunto "Lampada OSRAM", composta nel 1975.


Edicola Mariana in Via Gregoriana angolo Via Capo Le Case


All'angolo tra Via Gregoriana e Via di Capo Le Case, nel Rione Campo Marzio, è presente questa Edicola Mariana.

Vicolo del Quartiere


Vicolo del Quartiere è una strada del Rione Trastevere compresa tra Via di Ponte Sisto e Vicolo Moroni. Il nome deriva dalla prima sede del quartiere (da intendere come acquartieramento militare) della Guardia Corsa Papale, corpo militare costituito nel 1603 su iniziativa di Papa Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605) che volle reclutare in Corsica 600 fanti. Il corpo (scioltosi nel 1662) aveva San Crisogono come propria Chiesa di riferimento (per questo è ancora oggi la Chiesa dei Corsi) e più tardi si spostò presso Piazza della Trinità dei Pellegrini, finché nel 1662 non venne sciolta su pressione francese dopo uno scontro tra militi corsi e francesi, questi ultimi presenti in Roma per la difesa dell'ambasciatore di Francia.

Via di San Francesco di Sales


Via di San Francesco di Sales è una strada del Rione Trastevere compresa tra Via della Lungara e Via delle Mantellate. A dare il nome alla strada furono la Chiesa e il Monastero della Visitazione dedicati a San Francesco di Sales, oggi inglobati nel complesso carcerario di Regina Coeli.
La Chiesa venne fondata da Papa Clemente IX Rospigliosi nel 1669 per le monache della Visitazione e per questo fu detta "Santa Maria della Visitazione e San Francesco di Sales". L'architetto fu Giovan Battista Contini. Nel 1794 il complesso venne acquistato dal commerciante di seta Vincenzo Masturzi che lo affidò alla figlia che ne fece la sede delle Serve di Maria che adottarono la regola di Santa Giuliana Falconieri e venivano dette "Mantellate", da cui il nome della strada limitrofa. Nel 1873 il complesso venne espropriato dal Regno d'Italia che ne fece il carcere femminile, noto con il nome di carcere "delle Mantellate", che qui rimase fino al 1963 quando tale sezione carceraria venne trasferita a Rebibbia (la campana del vecchio carcere è invece conservata al Museo Criminologico). Da quel momento il complesso divenne una caserma per la Polizia Penitenziaria. Nel 2005 la Chiesa, che dal 1873 era sconsacrata, venne nuovamente officiata alla presenza del Segretario Generale della CEI Monsignor Giuseppe Betori e del Ministro della Giustizia Roberto Castelli.
La strada in passato era stata chiamata anche Vicolo Lante alla Lungara, perché limitrofa alla Villa Lante al Gianicolo, e Via del Monastero del Sacro Cuore.
Nel 1873 un tratto della strada, quello non perpendicolare a Via della Lungara (collegato al restante da una svolta ad angolo retto) venne chiamata Via del Sacro Cuore.
Questi ultimi due nomi sono dovuti alla presenza nella strada (entro i confini di Villa Lante) della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, qui realizzata dal capomastro Gerolamo Vantaggi che non volle essere pagato ma venisse istituita una cappellino in suffragio della sua anima, che venne realizzata. La Chiesa è la prima di Roma a essere stata dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
Nella strada è anche presente una piccola Chiesa dedicata a Santa Teresa del Bambin Gesù, qui realizzata nel 1925 in occasione della canonizzazione della Santa su progetto di Brandi. La Chiesa fa ora parte di un complesso di proprietà del Ministero della Difesa.

Altri siti che ne parlano:
Via di San Francesco di Sales - in Info Roma
Via di San Francesco di Sales - in Roma Segreta

Ristoranti scomparsi del Rione Campo Marzio

Da Giggi, in Via Belsiana

Trattoria "Da Giggi"


La trattoria Da Giggi è un ristorante scomparso di Roma che si trovava in Via Belsiana, nel Rione Campo Marzio. Si trattava di un ristorante di cucina romana, qui esistente fin dagli anni '50 che ha chiuso i battenti nel 2018.

Il cartello lasciato sulla porta del ristorante dopo la chiusura nel 2018

Targa in memoria di Pier Paolo Pasolini


La targa in questione si trova in Via Giacinto Carini, nel Quartiere Gianicolense, e ricorda lo scrittore italiano Pier Paolo Pasolini (Bologna 1922 - Roma 1975), che presso questa casa visse tra il 1959 e il 1965.
La targa è stata qui posta dal comune di Roma e dal quartiere.

Via Giambattista Marino


Via Giambattista Marino è una strada del Quartiere Gianicolense compresa tra Via Ambrogio Traversari e Via Alessandro Poerio. È stata istituita nel 1959, in una piccola porzione di Monteverde che in quel momento non era urbanizzata (come si può vedere sotto in un dettaglio di una mappa del 1943).
La mappa del 1943 con lo spazio successivamente occupato da Via Giambattista Marino
In linea con la toponomastica della zona, in cui le strade sono dedicate a grandi letterati italiani, si decise di dedicare questa strada al poeta barocco Giambattista Marino (Napoli 1569-1625).
La posizione della strada, elevata rispetto al vicino Viale Trastevere, prevede una suggestiva veduta del Gazometro.

Ristoranti scomparsi nel Quartiere Della Vittoria

Da Felicetta, nella zona di Villa Madama

Trattoria "Da Felicetta"


La Trattoria "Da Felicetta" era un ristorante un tempo esistente nei pressi di Villa Madama, nel Quartiere Della Vittoria. Non abbiamo ulteriori notizie più precise, probabilmente è esistita all'inizio del XX Secolo.

Pietre d'inciampo del Rione Monti

A seguire, suddivise per strada (elencate in ordine alfabetico), trovate l'elenco delle pietre d'inciampo presenti nel Rione Monti.

Via della Madonna dei Monti
- Pietre d'inciampo in memoria della famiglia Di Consiglio

Via Nazionale
- Pietra d'inciampo in memoria di Beniamino Di Cori

Pietre d'inciampo in memoria della famiglia Di Consiglio


Le pietre d'inciampo in questione si trovano in Via della Madonna dei Monti, nel Rione Monti e ricordano un totale di 20 diverse persone che qui vissero e vennero in massa arrestate il 21 Marzo 1944. Tutti sono rimasti uccisi, chi alle Fosse Ardeatine, chi ad Auschwitz e chi, invece, non sappiamo dove per mancanza di informazioni.

Le persone ricordate sono:
Orabona Moscato
Mosé Di Consiglio
Salomone Di Consiglio
Gemma Di Tivoli
Virginia Di Consiglio
Marco Di Consiglio
Santoro Di Consiglio
Franco Di Consiglio
Rina Ester Di Consiglio
Marisa Di Consiglio
Lina Di Consiglio
Cesare Elvezio Di Consiglio
Clara Di Consiglio
Angelo Di Castro
Giuliana Colomba Di Castro
Giovanni Di Castro
Leonello Di Consiglio
Graziano Di Consiglio
Enrica Di Consiglio
Mario Marco Di Consiglio

Il 10 Dicembre 2018 è stata diffusa la notizia che qualcuno ha rimosso nella notte queste pietre d'inciampo. Non è noto al momento chi sia stato il responsabile del gesto che ha suscitato un grosso sdegno tra le istituzioni e i cittadini.

Ristoranti scomparsi nel Rione Parione

Il Cantinone Romagnolo, in Piazza della Pollarola

Cantinone Romagnolo


Il "Rinomato Cantinone Romagnolo", noto anche solo come "Il Cantinone", era un ristorante che si trovava il Piazza della Pollarola, nel Rione Parione. Il ristorante venne fondato nel 1884 da due fratelli, Angelo e Giuseppe Ciavatti, originari di Vecciano, località del riminese che ricade nel comune di Coriano.
Non siamo in grado al momento di sapere l'anno in cui il ristorante ha cessato la propria attivo età, ma sicuramente ciò è accaduto diversi decenni fa.

Mappa di Varna (1923)

Clicca per ingrandire
Questa mappa mostra la città di Varna, in Bulgaria, come si presentava nel 1923.

Vicolo della Spada di Orlando


Vicolo della Spada di Orlando è una strada del Rione Colonna compresa tra Piazza Capranica e Via dei Pastini. Il suo nome, particolarmente suggestivo e forse tra i più curiosi di Roma, è legato alla storia del paladino Orlando, prefetto bretone vissuto nell'VIII Secolo e divenuto protagonista del ciclo eroico della Chanson de Roland nell'XI Secolo e quindi protagonista di numerose opere letterarie come l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e l'Orlando Innamorato di Matteo Boiardo.
La tradizione narra infatti che Orlando, caduto in un agguato a Roncisvalle a causa del tradimento di Gano di Maganza, uccise diversi saraceni con la Durlindana, la sua potentissima spada, per poi suonare il suo corno, l'Olifante, talmente forte da restarne ucciso.
Il vicolo prenderebbe il nome dal fatto che il Re dei Franchi Carlo Magno, per evitare che la Durlindana cadesse nelle mani del nemico, la portò a Roma dove cercò di distruggerla lanciando un violento fendente contro una colonna, che rimase però spezzata. Tale colonna spezzata dal colpo della spada è oggi visibile nel vicolo.
La colonna spezzata
Un'altra storia legata all'origine del nome della strada fu che qui Orlando cadde in un'imboscata alla quale rispose a colpi di Durlindana, spezzando tale colonna.
Quale che sia la ragione che abbia portato al danneggiamento della colonna, essa è un esemplare romano in marmo cipollino forse appartenuto al Tempio di Matidia che qui si trovava. Di questo tempio facevano forse parte anche i diversi resti di laterizi presenti nella strada.
I laterizi visibili nel vicolo
Nella strada è inoltre presente una fontanella che venne realizzata sotto il Pontificato di Papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585). Tale fontana si trovava originariamente in Via dei Pastini ma - come una targa ricorda - nel 1869 venne spostata per lasciare maggiore spazio per la circolazione.
La fontanella della strada

Santa Maria del Soccorso (Rione Regola)

L'Oratorio di Santa Maria Succurre Miseris, che ha sostituito la Chiesa di Santa Maria del Soccorso
La Chiesa di Santa Maria del Soccorso, talvolta indicata come Cappella di Santa Maria del Soccorso, è una Chiesa oggi non più esistente che si trovava in Via dell'Arco del Monte, nel Rione Regola. Essa venne realizzata nel 1762, proprio sotto il cavalcavia che collegava la cosiddetta "Casa Grande" dei Barberini al Palazzo del Monte di Pietà, dopo che il palazzo dei Barberini era stato venduto al Monte che finanziò la costruzione della Cappella.
Questa piccola Chiesa custodiva un'immagine della Vergine realizzata nel 1781 da Domenico Francioli. Nel 1853 la Chiesa venne restaurata ma nel 1870 era già ritenuta diroccata e, per questa ragione, venne demolita e al suo posto fu costruito l'Oratorio di Santa Maria Succurre Miseris.
L'immagine della Vergine con l'occasione venne trasferita nella vicina Chiesa della Trinità dei Pellegrini.

Santa Maria Succurre Miseris


L'Oratorio di Santa Maria Succurre Miseris si trova in Via dell'Arco del Monte, nel Rione Regola. Dove oggi sorge questo piccolo oratorio si trovava un tempo la Chiesa di Santa Maria del Soccorso (spesso identificata come Cappella), edificata nel 1762 e demolita nel 1870 in quanto diroccata. Al suo posto è stato realizzato questo piccolo Oratorio. Sull'altare dell'Oratorio è presente una tela settecentesca raffigurante la Madonna, il Bambino e San Giovannino.

Targa "Niente di più romantico che sopravvivere"


La targa in questione si trova in Via del Boschetto, nel Rione Monti. Si tratta di una targa molto enigmatica dal momento che riporta esclusivamente la scritta "Niente di più romantico che sopravvivere" seguita dal numero 51.

Carlos Schwabe

Schwabe intorno al 1900
Carlos Schwabe (Altona 1866-Avon 1926) è stato un pittore tedesco naturalizzato svizzero, tra i massimi esponenti del movimento artistico conosciuto come simbolismo. Nativo di Altona (oggi parte della città di Amburgo), molto giovane si trasferì a Ginevra - per questo è naturalizzato svizzero - e, attratto dall'arte, andò a vivere nel 1884 a Parigi dove iniziò a lavorare come disegnatore di carte da parati.
La Douleur, 1893
Vivendo nella capitale francese, Schwabe entrò in contatto con alcune figure di primo piano del mondo simbolista dell'epoca. Per questa ragione, nel 1892 fu tra gli artisti che esposero proprie opere al Salon de la Rose + Croix, evento di matrice mistico-spiritualista in cui venivano esposte opere d'arte simboliste voluto da Josephin Peladan presso la Galerie Durand-Ruel.

Cloches du soir, 1895
Le opere di Schwabe degli anni '90 del XIX Secolo sono le più vicine alla pittura simbolista. Del 1893 è infatti La Douleur, mentre del 1895 è Cloches du Soir. Come è tipico del simbolismo, le figure sono spesso idealizzate, allegoriche, e frequentemente cariche di inquietudine che viene data dai colori e dalle forme innaturali.

La morte e il becchino, 1895
Risale invece al 1895 quella che forse è la più emblematica e significativa tra le opere di Schwabe, La morte del becchino, un dipinto in cui una donna alata cala verso il becchino: la sua figura allungata, i colori che richiamano toni gotici e l'elemento luminoso verde che la donna tiene tra le mani affiorano il dipinto all'immaginario fantasy. La sua modella in questa come in altre opere fu la sua prima moglie.

Les Fleurs du Mal, 1900
Nel 1900 il pittore partecipò all'Esposizione Universale di Parigi, dove fu insignito della medaglia d'oro, e girò anche per numerose altre città. Nello stesso anno disegna le illustrazioni per alcune opere di Charles Baudelaire.

L'Ame du Vin, 1900
Il suo disegno L'Ame du Vin è forse il più significativo tra quelli realizzati per le opere di Baudelaire. Per esaltare il vino, si vede una donna incontrollata nei movimenti e nell'espressione in una vigna, con i piedi sporchi quasi a sottolineare lo stretto rapporto tra il vino e la terra. Le opere di Baudelaire sono state la principale ma non l'unica delle illustrazioni di Schwabe.

Spleen et Idéal, 1907
Nel XX Secolo Schwabe si allontanò gradualmente dal simbolismo, preferendo una produzione più tradizionale ma senza discostarsi eccessivamente dal suo stile.

Ritratto della figlia dell'artista, Lotte, 1908