Cave di Roma

Zona Settecamini:

Statue e monumenti a Guidonia-Montecelio

- Monumento al Generale Alessandro Guidoni, in Via Roma

Le statue e i monumenti del Quartiere Giuliano-Dalmata

A seguire un elenco con le statue e i monumenti presenti nel Quartiere Giuliano-Dalmata:

- Monumento alle vittime delle Foibe, in Largo vittime delle Foibe Istriane

Guidonia-Montecelio

Statue e monumenti a Guidonia-Montecelio

Zone, aree urbanistiche e toponimi nel Quartiere Prenestino-Labicano

A seguire un elenco di zone, aree urbanistiche, località e toponimi presenti all'interno del Quartiere Prenestino-Labicano:

Casilino 23

Edicole Sacre dello Stato della Città del Vaticano

A seguire un elenco delle Edicole Sacre situate nello Stato della Città del Vaticano, elencate in base all'ordine alfabetico della strada in cui si trovano.

Piazza del Santo Uffizio:
- Edicola della Madonna delle Grazie (detta anche Madonna delle Bombe)

Villa Tuccimei



Villa Tuccimei era una villa situata in Via Tagliamento ad angolo con Via Arno, nel Quartiere Trieste, oggi non più esistente.
Fu progettata dall'ingernere Paolo Tuccimei per Katherine Tuccimei nel 1909.
La villa era a tre piani ed aveva il tetto a spioventi con tetto in tegole alla marsigliese, le pareti erano in cortina laterizia, nell'insieme mostrava l'interesse di Tuccimei per l'architettura anglosassone.
La villa aveva tre bow window su tre lati, le finestre erano decorate con semplici modanature. L'ultimo piano era occupato da una trabeazione decorata con festoni in cui erano poste le finestre, superiormente terminava con mensole e dentelli.

Villa Tuccimei in una pianta del 1911, Via Tagliamento era ancora Via Po

I cancelli della villa si aprivano su Via Tagliamento, mentre l'ingresso all'edificio era posto lungo Via Arno. Era preceduto da una scalinata su cui si ergeva un lungo portico, dotato di quattro colonne doriche, sormontato da una balconata a balaustri.
Il villino fu barbaramente demolito negli anni cinquanta per costruire una palazzina di cinque piani, dove ha sede il Piper Club.


I progetti di ampliamento della Città Universitaria della Sapienza negli anni '30


La Città Universitaria della Sapienza, i cui lavori vennero diretti dall'architetto Marcello Piacentini, venne inaugurata nel 1935. L'idea di raggruppare tutti gli edifici in un'unica area, un'unica "città nella città" che fungesse da polo principale di un determinato settore secondo un preciso modello di sviluppo urbanistico della Roma di quegli anni, che parallelamente stava realizzando, tra le altre, la "Città del Cinema", ovvero gli studi di Cinecittà, la Città dell'Esposizione, ovvero l'EUR, e una "Città dello Sport", ovvero quello che prese il nome di Foro Mussolini e oggi si chiama Foro Italico.
La città universitaria, in questo senso, fu un'iniziativa che aveva l'obiettivo di unificare in un'unica, moderna e funzionale sede le numerose facoltà della Sapienza sparse in giro per Roma.
Già nel 1871, all'indomani dell'annessione di Roma al Regno d'Italia, era stata posta la questione della realizzazione di un nuovo polo universitario, con il vecchio edificio della Sapienza, quello di Sant'Ivo, insufficiente ad ospitare l'ateneo, tanto più dopo il necessario aumento di attività successivo all'Unità d'Italia. I piani regolatori ottocenteschi, tuttavia, non presero in considerazione tale necessità, e nemmeno la realizzazione nel 1881 del Policlinico Umberto I portò alla realizzazione di un polo universitario unitario, e le facoltà si insediarono quindi in edifici sparsi per la città, portando a un'istituzione universitaria "dispersa e disgregata", come denunciò il politico e accademico Ruggiero Bonghi. Solo nel 1909 il piano regolatore di Edmondo Sanjust di Teulada portò a individuare, di fianco al Policlinico, l'area per un polo universitario, immaginando dunque un grande quartiere che fungesse da polo scientifico per Roma composto da Policlinico e università.
Tale piano, tuttavia, vide la propria attuazione solamente durante il fascismo, negli anni '30, in un momento di forte espansione urbanistica strutturata per poli ben specifici.
Quando nel 1935 la Città Universitaria venne inaugurata gli iscritti erano 12mila, e le nuove strutture erano pensate per ospitare ben 30mila studenti all'interno della sua cinta muraria e, dunque, di un perimetro chiaro e ben definito, in un contesto architettonico che aveva ottenuto importanti apprezzamenti dalle principali riviste di settore dell'epoca. Può sembrare molto strano quindi immaginare che già in quegli anni furono realizzati alcuni progetti per ampliare la città universitaria fuori dal suo perimetro.
Progetto della Città Universitaria
L'ASPIU (Archivio Storico del Patrimonio Universitario) ospita numerose testimonianze di progetti risalenti già agli anni '30 di possibili ampliamenti della Città Universitaria nelle sue immediate vicinanze, per i quali tuttavia non trova piena percorribilità anche a causa dei proprietari dei terreni, tutti controllati da altri rami dello stato: c'è infatti l'area del Ministero dell'Aeronautica e della Guerra, c'è l'Istituto Superiore di Sanità, sotto il quale è presente una rete di catacombe, c'è il Genio Civile e ci sono locali usati dal Ministero dei Lavori Pubblici. Tutti enti, tuttavia, che nel momento di espansione urbanistica del momento sperano di poter usare quei terreni di loro proprietà per realizzare essi stessi nuove strutture, con la sola eccezione del Genio Civile.
Alcune facoltà, infatti, per ragioni diverse, non avevano ancora un proprio edificio all'interno della Città Universitaria, e la realizzazione di nuove strutture fu un tema anche per questa ragione. Tra queste vi era la Facoltà di Ingegneria, la cui sede dal 1817 era presso San Pietro in Vincoli: per essa si pensò di realizzare un nuovo progetto molto ampio per una sola facoltà, che ricalcava il modello della Città Universitaria entro il perimetro delle mura del Castro Pretorio. Dal progetto, si immaginava di prolungare la Via San Martino della Battaglia e farne uno dei quattro lati della nuova "cittadella" insieme alle mura del Castro Pretorio e al Viale del Castro Pretorio. Dalle mura sarebbe dovuto essere creato anche uno degli accessi a questa sorta di Politecnico lungo Via della Sforzesca, strada istituita proprio nel 1935 che avrebbe dovuto, come anche da piano regolatore, raggiungere la Via del Castro Pretorio da Via Osoppo, portando all'almeno parziale demolizione delle caserme lì presenti. Oggi, invece, la strada è di fatto un brevissimo proseguimento di Via Osoppo, e rappresenta uno dei casi più significativi di toponomastica interrotta.


Alla questione di ingegneria si aggiunge un altro elemento. Nel 1936, infatti, Guglielmo Marconi, all'epoca direttore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che chiese la realizzazione di alcuni laboratori per la ricerca scientifica da realizzare nelle immediate vicinanze della nuova sede del CNR, in costruzione di fronte alla Sapienza, e facendo al riguardo riferimento a una promessa fatta da Benito Mussolini in persona nel 1932. La richiesta sembra godere del sostegno iniziale degli enti interessati, ma in ogni caso si conclude in un nulla di fatto.
A raccontare quale fosse l'idea di ampliamento della Sapienza c'è poi un disegno a volo d'uccello risalente al 1938 che mostra appunto la Città Universitaria e un nuovo polo universitario costruito lungo Viale Ippocrate, cui si aggiungono impianti sportivi lungo la Tiburtina di fronte al Verano. Dal lato di Viale Ippocrate di Via del Castro Laurenziano si nota un grande complesso di facoltà universitarie con, dall'altro lato, un edificio per gli studenti. Un'università, quindi, che ricorda quasi un campus tipico del monto anglosassone e statunitense, inserita però in pieno nel contesto urbano.

A dettagliare ulteriormente questa idea di espansione della Sapienza c'è poi un progetto dell'immediato dopoguerra (come si vede dal nome di Viale Ippocrate, che fino al 1945 aveva il nome di Via Alfredo Rocco) in cui si vede che nella zona di Via del Castro Laurenziano sarebbero dovuti essere realizzati nuovi edifici della facoltà di Medicina e alloggi per studenti italiani e stranieri.
Il disegno a volo d'uccello, inoltre, mostra anche la realizzazione di nuovi edifici all'interno del perimetro della Città Universitaria, riempendo i numerosi vuoti del progetto. Seppur non visibile nel disegno del 1938, esiste anche un progetto di una Casa del Fascio interna alla Sapienza: ogni città e quartiere, all'epoca, aveva una struttura del genere, e il luogo della formazione degli individui e del pensiero, nel programma del regime, non poteva essere da meno. Un disegno del progetto, di cui non è noto l'autore, mostra una semplice Casa del Fascio, dotata di torretta che richiama le torri civiche del Medioevo italiano.
Negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, in continuità col progetto originario vennero realizzati, entro i confini della Città Universitaria, la Chiesa della Divina Sapienza, opera dello stesso Piacentini, e la facoltà di Farmacia.
Terminato il periodo di completamento del progetto originario, caduto il fascismo, l'idea di un grande polo universitario andò man mano in crisi, preferendo modelli policentrici, con strutture disseminate in numerosi quartieri della città e la nascita di nuovi atenei, pubblici e privati. Tuttavia, un po' per il notevole prestigio storico della Sapienza, un po' per le sue dimensioni che la rendono a tutti gli effetti uno degli enti pubblici più importanti d'Italia, ha contribuito a un'espansione negli anni di questa istituzione e alla realizzazione di nuovi edifici.
In questo senso, la scelta della zona tra Viale Ippocrate e Via del Castro Laurenziano è stata ripresa, realizzandovi la facoltà di Economia e alcune sedi di Ingegneria, così come nuove strutture sono sorte all'interno della Città Universitaria negli spazi rimasti liberi.
La zona del Castro Pretorio, dove era stata immaginata una cittadella di Ingegneria, è invece stata occupata dalla nuova sede della Biblioteca Nazionale.

Targa in memoria dei membri del Circolo Canottieri Tevere Remo caduti in guerra


La targa in questione si trova all'interno della sede del Circolo Canottieri Tevere Remo, in Lungotevere in Augusta, nel Rione Campo Marzio, e ricorda i membri del circolo caduti nella Prima Guerra Mondiale, nella Guerra Civile Spagnola e nella Seconda Guerra Mondiale.

Targa in memoria di Guglielmo Grant


La targa in questione si trova all'interno della sede del Circolo Canottieri Remo, in Lungotevere in Augusta, nel Rione Campo Marzio, e ricorda Guglielmo Grant, primo presidente del circolo in cui la targa si trova, in occasione del centenario della prima regata nazionale vinta nel 1875.

Panagia Chalkeon


La Chiesa della Panagia Chalkeon, che in italiano significa Nostra Signora dei Calderai, si trova a Salonicco, presso la Platia Dikastirion lungo la Via Egnatia.
Il nome della Chiesa deriva dai numerosi calderai che un tempo avevano le botteghe in questa zona di Salonicco.
Le origini della Chiesa risalgono al 1028, quando venne costruita per volontà del Catapano di Longobardia Cristoforo Burgaris. Il suo ruolo, insieme a quello della moglie Maria e del figlio Niceforo, sono ricordati in un'iscrizione sull'architrave della Chiesa.
La Chiesa si presenta come un edificio con pianta a croce greca con cupola, circondata da una serie di piccoli ambienti. L'esterno invece presenta una muratura a mattoni, una caratteristica tipica del periodo comneno.

Diversi affreschi sono presenti all'interno della Chiesa: nell'abside ne è presente uno di epoca comnena raffigurante la Vergine con due Arcangeli, i quattro Santi Vescovi Gregorio, ovvero il Taumaturgo, di Nissa, di Armenia e di Agrigento e i Santi Anargiroi. Questi ultimi, il cui nome significa "senza argento", erano un gruppo di medici che curavano i poveri rifiutando di ricevere un pagamento, da cui l'attributo. Nella cupola è invece presente un affresco dell'Ascensione di Cristo, mnetre lungo le pareti vi sono una Comunione degli Apostoli e un Giudizio Universale.


Durante l'occupazione ottomana di Salonicco, la Chiesa, come molte altre della città, venne convertita in Moschea, e prese il nome di Kazancilar Kami (Moschea dei Calderai). Quando nel 1912 Salonicco venne liberata e iniziò a far parte del nuovo stato greco, la Panagia Chalkeon tornò ad essere una Chiesa, e le aggiunte ottomane vennero rimosse. Nel 1934 la Chiesa subì un nuovo restauro in seguito al terremoto della Calcidica del 1932.


Altri siti che ne parlano:
- Panagia Chalkeon, Tessalonica - in Bisanzio

Musa Baba Tourbes


Il mausoleo di Musa Baba, noto anche come Musa Baba Tourbes o Musa Baba Türbesi, si trova a Salonicco, in piazza Terpsitheas, lungo la strada Pileos, nell'Ano Poli.
Si tratta di un mausoleo nel quale è stato sepolto nel XVI Secolo Musa Baba, un importante religioso musulmano dell'ordine derviscio dei Bektashi, che si trovava al centro di un cortile di una scuola sufi che corrispondeva all'attuale piazza Terpistheas. L'edificio è interessante, in forma ottagonale. E' stato restaurato nel 2011.


Er fattaccio - di Americo Giuliani


Er fattaccio, noto anche come Er fattaccio de Vicolo der Moro, è un monologo drammatico scritto in romanesco dal poeta di origine abruzzese Americo Giuliani nel 1911 e originariamente interpretato dall'attore Alfredo Bambi. Si tratta di un dramma ambientato nel Rione di Trastevere, in Via del Moro (riportata come Vicolo del Moro), che vede protagonisti Nino, il fratello Giggi, divenuto sempre più violento ed avvicinatosi a cattive compagnie, e la madre, vedova, Emma.

A seguire, il monologo recitato da Gigi Proietti e il testo.



Sor delegato mio nun so' un bojaccia!
Fateme scioje... v'aricconto tutto...
Quann'ho finito, poi, m'arilegate:
ma adesso, pe' piacere!... nun me date
st'umiljazione doppo tanto strazio!...

V'aringrazio!!
Quello ch'ha pubblicato er Messaggero
sur fattaccio der vicolo der Moro
sor delegato mio... è tutto vero!!

No p'avantamme, voi ce lo sapete,
so' stato sempre amante der lavoro;
e è giusto, che, pe' questo, me chiedete,
come la mano mia ch'è sempre avvezza
a maneggià la lima còr martello,
co' tanto sangue freddo e sicurezza
abbia spaccato er core a mi' fratello.

Quanno morì mi' padre ero fanello...
annavo ancora a scola e m'aricordo
che, benché morto lui, 'nder canestrello,
la pizza, la ricotta, er pizzutello...
nun ce mancava mai! Che, quella santa...
se faceva pe quattro, e lavorava...
e la marinarella, le scarpette
a di' la verità, nun ce mancava!

Ho capito! Me dite d'annà ar fatto
un momento... che adesso l'aricconto:

Abbitavamo ar vicolo der Moro
io, co' mi' madre e mi' fratello Giggi.
La sera, noi tornamio dar lavoro;
e la trovamio accanto a la loggetta
bona, tranquilla, co' quer viso bianco,
che cantava, e faceva la carzetta!
E ce baciava in fronte, e sorrideva
e ce baciava ancora e poi cantava:

"Fior de gaggia
io so' felice sortanto co' voi due
ar monno nun ce sta che ve somija!".

E mentre sull'incudine, er martello,
sbatteva tutto allegro, e rimbarzava,
pur'io ndell'officina ripetevo:
"Fiorin fiorello
la vita tutta quanta, manco a dillo,
l'ho da passà co' mamma e mi' fratello". (

Poi, Giggi se cambiò!!! se fece amico
co' li più peggio bulli dell'urione
lassò er lavoro.... bazzicò Panico,
poi fu proposto pe' l'ammonizzione.
De più, me fu avvisato dalla gente,
che quanno io nun c'ero, mi fratello
annava a casa pe' fa er prepotente!!
Per "garaché", ... l'amichi... l'osteria...
votava li cassetti der comò
e quer poco che c'era lì in famija
spariva a mano a mano!!! Lei però
nun rifiatava, nun diceva gnente....
ma nun rideva più... più nun cantava
mì madre bella, accanto a la loggetta!
La ruta... li garofoli... l'erbetta
ch'infioraveno tutto er barconcino,
tutto quanto sfioriva, e se seccava
insieme a mamma che se consumava!!

Un giorno je feci: - A ma', che ve sentite?
voi state male... perché nun me lo dite?
Nu' rispose: ma fece un gran sospiro,
e l'occhi je s'empirono de pianto!!
Nèr vedella soffrì, pur'io soffrivo!
ma ch'avevo da fà?... chiamai er dottore.
Disse che er male suo era qui:
"ner core"...
e che 'nse fosse presa dispiacere
se 'n voleva morì!!! La stessa sera
vorsi parlà co' Giggi, lo trovai, je feci:
- A Gi', mamma sta male assai ...
nun me la fa morì de dispiacere ...
je voio troppo bene... e tu lo sai
che si morisse, embè... che t'ho da di'?
sarebbe come er core se spezzasse!...
Mentre lei, guarirebbe si tornasse
er tempo de 'na vorta!... de quann'eri
bono... lavoratore... t'ricordi?

Giggi me fece 'na risata in faccia:
arzò le spalle, e poi me disse:  - Senti,
senza che me stai a fa' tanti lamenti
faccio come me pare! E poi de' resto
si 'nte va be', nun me guardà più in faccia!
E me lassò accusì, li sur cantone,
cor core sfranto!! Ritornai da mamma
e la trovai davanti alla Madonna...
che pregava, e piagneva! Poverella...
quanto me fece pena!! In quer momento
per vicoletto scuro e solitario,
'ntesi Giggi cantà, co 'n'aria bulla:

"Fiorin d'argento
Accoro mamma e nun m'importa tanto
pe l'occhi tua ciò perso er sentimento".

 Allora feci: - A ma', se mi' fratello
ritorn'a casa pe' fa' er prepotente
ve giuro che succede 'no sfracello!
- No... no... fijetto mio bello,
Giggi nun è più lui... è 'na passione...
so' l'amichi che l'hanno straportato!!!
Me dette un bacio, la benedizione...
e poi, più bianca assai de' la cera,
pe nun piagne disse - Bona sera!

Ier'ammatina che successe er fatto,
sarà stato... che so... verso le sette ...
me parve de senti come 'na lotta! ...
Mamma diceva: - A Gi'.... 'nte compromette
co' tu fratello ... damme qui er brillocco...
è l'urtimo ricordo de tu padre!!...
e nun te scordà ... che so' tu' madre -
- E che m'importa a me de mi' fratello?
Si vò assaggià la punta der cortello
venga pure de qua! - Mbè... fu un momento:
sarto dar letto... spalancai la porta...
e me metto de faccia a mi' fratello,
co' le braccia incrociate sopra ar petto!
In quer momento me parve de senti 'na cosa calla ...
'na cosa calla che saliva in faccia.
Poi m'intesi gelà! Fece - Che vôi.... -
- Io vojo che te ne vai...
senza che fai più tanto er prepotente
senza che me stai a fa' tanto er bojàccia!...
- Mi' madre prevedendo la quistione
se mise in mezzo pe' portà la pace:
ma Giggi la scanzò co' no spintone,
e poi me fece: - A voi sor santarello
ve ce vorà na piccola lezione!
E detto questo, aprì er cortello
e me s'avventò addosso!!!...
Mamma se stava pe' rimette immezzo
infrattanto che Giggi dà la botta...
io la scanzo... ma... mamma dà 'no strillo
e casca a longa longa...

Detti un urlo de belva e je strillai -
- Ah bojaccia!!!... infamone scellerato...
m'hai ammazzato mamma!!! e me buttai
come 'na 'jena sopra a mi' fratello:
j'agguantai la mano ... e je strappai er cortello...
Poi viddi tutto rosso ... e... menai... menai!!!...

Sarà mamma che passa!!

Mamma! Mamma mia!

Mannateme ar Coeli.

Edificio di Testata della Stazione Termini



L'edificio di testata della Stazione Termini si trova su Piazza dei Cinquecento e ne costituisce la facciata.
Questo manufatto è stato l'ultimo ad essere costruito in ordine di tempo e si può dire che con esso si sono conclusi i lavori di rifacimento della Stazione Termini, iniziati negli anni trenta e terminati nel 1950.
Nel progetto di Mazzoni del 1939 la nuova Stazione Termini doveva avere nelle due ali tutti i servizi e la facciata doveva essere occupata da un porticato monumentale.

Il progetto di Mazzoni per la Stazione Termini

Durante la guerra i lavori della nuova stazione erano stati praticamente conclusi negli edifici laterali, mentre il colonnato non era stato ancora realizzato.
Nel 1946 il Ministero dei Trasporti varò una commissione d'inchiesta per valutare il completamento della stazione da un punto di vista economico, funzionale e architettonico, il cui risultato fu quello di sopprimere il portico monumentale e di spostare tutti i servizi, tra cui ristorante e biglietteria, nel nuovo edificio di testata previsto su Piazza dei Cinquecento, sconvolgendo completamente i piani di Mazzoni.
Nel 1947 fu indetto un concorso per la progettazione del fabbricato di testa, a cui parteciparono 40 progetti, vinto ex aequo dai due gruppi di Eugenio Montuori e Calini, e Annibale Vitellozzi, Castellazzi, Pintonello e Fadigati.
Nel 1948 entrambi i vincitori elaborarono un nuovo progetto definitivo assieme.


Il progetto finale comprendeva quattro parti distinte: l'atrio biglietteria, su Piazza dei Cinquecento, il grande fabbricato frontale, di cinque piani, la galleria di testa, che connetteva le ali Mazzoniane con il nuovo edificio, e il ristorante, posto a sinistra dei resti delle Mura Serviane.

I cantieri della stazione della metropolitana e delle fondazioni dell'edificio di testata della stazione Termini nel 1948

I lavori iniziarono nel 1948 e terminarono contemporaneamente a quelli della stazione della metropolitana scavata in Piazza dei Cinquecento.

Lavori dell'edificio di testata nel 1949

La stazione fu inaugurata il 20 gennaio 1950 dal Presidente della Repubblica Einaudi e dal Presidente del Consiglio De Gasperi.

Pianta del piano terra dell'edificio di testata

Venendo da Piazza dei Cinquecento il primo elemento che si presenta è la pensilina dell'atrio in cemento armato che ricopre l'ingresso alla stazione e la corsia per i taxi, una volta per tutti i veicoli, sviluppata a sbalzo per 19 m, sulla sommità è posto il fregio astratto, prima opera di Amerigo Tot, scultore fuggito a Roma con l'avvento del nazismo.
La pensilina poggia su 33 pilastri di cemento, rivestiti di marmo rosso, fra cui sono poste grandi vetrate attraverso le quali si entra nell'atrio, detto anche il dinosauro.


Il vasto ambiente è caratterizzato dall'andamento sinuoso del tetto in cemento armato, rivestito in tessere di mosaico bianco, segnato dalle incisure longitudinali binate in cui sono alloggiate le luci elettriche; in fondo verso Via Giolitti,  sono poste le biglietterie.


Il fabbricato frontale è lungo 232 m ed alto 30 m, si sviluppa lungo tutta la piazza per cinque piani. La facciata è rivestita in travertino per uniformarsi alle ali di Mazzoni, con l'uso di sottili finestre a nastro, due per piano, che tagliano orizzontalmente la massiccia mole di travertino. Al piano terra sono ospitati negozi, al primo piano un ristorante, mentre i piani superiori sono occupati da uffici delle Ferrovie.


La galleria di testa, di grandiose dimensioni, è alta 14 m e larga 22 m, è conosciuta anche come 'galleria gommata' per il particolare pavimento, collega Via Marsala con Via Giolitti e conduce ai binari.
L'edificio del Ristorante è posto dietro le Mura Serviane, dal lato di Via Marsala.
Si sviluppa su un piano, è di forma leggermente ricurva ed è ricoperto da una vetrata fino al tetto. Al centro vi sono le cucine, mentre lungo la galleria è posto un bar, oggi è occupato dal Ristorante Gusto.



Canzoni su Roma

Il Cielo su Roma, Colle der Fomento

Caserme del Rione Monti

Caserma di Colle Oppio, in Via delle Terme di Tito (demolita)

Proč se Řím nazývá Věčným městem?



Po celém světě se Řím, naše město, nezvolává-li se svým jménem, ​​nazývá "Věčné město". Tak jak to?  Pojďme tedy zjistit, proč se Řím nazývá Věčné město. Toto alternativní jméno Řím bylo dlouho rozšířeno a vstupovalo do společného jazyka do té míry, že důvod a původ tohoto jména byl v očích mnoha téměř sekundární. Také proto, že pro město, které bylo u imperátorů a papežů ve starověku jako v renesanci, pro umění nebo pro politiku, od nadace po současnost vždy hrdinou, je to přezdívka, která se dokonale hodí s historií Říma.

Ti, kteří chtějí vědět, proč se Řím nazývá Věčným městem, si mohou omylem vymyslet pasáž z díla Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano. V této práci, ve které si francouzský spisovatel představuje dlouhou listinu císaře Hadriána, skrze kterou sleduje stopu starověkého Říma, ve kterém vedl Impérium, ve kterém se v určitém okamžiku tato věta vyslovuje: „Přijde jiný Řím a já si nedokážu představit jeho tvář; ale přispěl jsem k jeho formování ... Řím bude žít, Řím zahyne pouze s posledním městem lidí“. Tato fráze, jakkoli sugestivní a jak moc dostanete ruku na věčnost Říma, není důvodem, který vysvětluje, proč se Řím nazývá Věčné město. Román Yourcenara se vlastně datuje do roku 1951, kdy se po staletí používala definice Věčného města pro Řím.

Básník Tibullo v 1866 malby Lawrence Alma-Tadema

Proč se tedy Řím nazývá Věčné město?

První autor, který v těchto termínech hovořil o Římě, žil o mnoho století dříve než Yourcenar. Toto je Albio Tibullo, elegantní latinský básník, který žil mezi 54 a 19 př. Nl. Ve své II. Knize elegií píše básník ve verši následující verše: „Romulus Aeternae nondum formaverat Urbis moenia“, překládatelný v italštině jako „Romulus ještě nestavěl zdi věčného Urbe“. Toto je v současné době nejstarší svědectví Říma definované jako věčné město, a proto je to pravděpodobně věta, kterou hledáme, pokud chceme vědět, proč se Řím nazývá Věčné město.

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Caserme di Roma

Caserme del Rione Monti

Palazzi del Rione Castro Pretorio

A seguire un elenco dei palazzi nobiliari del Rione Castro Pretorio, in ordine alfabetico:

Palazzo Massimo alle Terme, in Piazza dei Cinquecento

Cibi e pietanze dell'Antica Roma

Garum

Caserma di Colle Oppio


La caserma di Colle Oppio era un edificio, oggi non più esistente, che sorgeva nell'odierna Via delle Terme d Tito, nel Rione Monti.
Nel 1879 l'amministrazione comunale di Roma decise di porre rimedio al sistema all'epoca in vigore di prendere edifici in affitto affinché ospitassero le forze di sicurezza, istituendo nuove caserme in strutture di proprietà. Per questa ragione venne individuato un edificio di proprietà comunale in Via di San Pietro in Vincoli da convertire in caserma.
Per questo lavoro venne incaricato l'architetto comunale Agostino Mercandetti, che progettò un edificio a due piani con cortile. Nonostante la questura fosse d'accordo con la sede individuata dal comune, i lavori non ebbero inizio, dal momento che la Brigata Monti, che si sarebbe dovuta trasferire nel nuovo edificio, era una delle più importanti e numerose della città e il trasferimento non venne quindi implementato.
Nel 1882, tuttavia, l'amministrazione chiese all'architetto Gioacchino Ersoch di provvedere a realizzare un nuovo progetto per l'edificio di San Pietro in Vincoli, che pensò un edificio a due piani interamente decorato da un bugnato.
Quando la costruzione sembrava destinata ad iniziare sorsero però diversi problemi con i proprietari degli edifici confinanti: da un lato il Collegio Siro-Maronita, proprietario di un muraglione vicino, dall'altra i proprietari delle abitazioni attigue. Per uscire dal contenzioso, venne individuato un isolato libero di proprietà comunale di fronte al Colosseo, dove venne così realizzata la caserma.
Senza edifici preesistenti, Ersoch rivide il progetto concedendosi maggiore libertà, confermando i due piani e la disposizione degli ambienti del vecchio progetto di Mercandetti e aggiungendo un portico che circondava tre lati del cortile. Il pian terreno venne inoltre decorato a bugnato, mentre il secondo rimase liscio. Iniziarono così i lavori che, dopo una breve interruzione nel 1887, terminarono nel 1889.
Tra il 1928 e il 1932 venne realizzato, nell'area non costruita alle spalle della Caserma, il Parco del Colle Oppio, su progetto dell'architetto Raffaele De Vico. Nei progetti di epoca fascista, che davano grande importanza alla monumentalità e alla scenograficità urbanistica, venne progettato un nuovo grande viale, in parte ricavato da un allargamento delle Terme di Tito e un parziale prolungamento che avrebbe avuto come sfondo il Colosseo, per poi girare, unirsi alla Via delle Sette Sale e quindi raccordarsi in Piazza San Martino ai Monti con Via Giovanni Lanza.
In previsione della realizzazione di tale progetto, vennero demoliti nel 1936 alcuni edifici in Via delle Terme di Tito, tra cui la Caserma di Colle Oppio e l'edificio che, prima della presa del potere del fascismo, aveva ospitato l'Educatorio Andrea Costa, una struttura di tipo ricreativo ed educativo gestita dal Partito Socialista.

Monumento alle vittime delle Foibe


Il monumento alle vittime delle Foibe si trova in Largo Vittime delle Foibe Istriane, nel Quartiere Giuliano-Dalmata, e ricorda, appunto, gli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia che vennero uccisi dalle forze jugoslave titine tra il 1943 e il 1945 in quelli che oggi sono noti come massacri delle foibe.
Le vittime, colpite per la sola colpa di essere italiane, furono di un numero ancora non calcolato con precisione tra le 3mila e le 11mila. Le foibe sono le cavità carsiche in cui vennero gettati e fatti morire gli italiani uccisi in questa tragedia.
Il monumento venne realizzato dallo scultore Giuseppe Mannino e posto in questo luogo nel 2008. Esso rappresenta tre sagome di volti in bronzo, intenti a cadere, ricordando il drammatico modo in cui vennero uccise le vittime delle foibe: legati tra di loro presso una di queste cavità carsiche e colpiti in modo tale che i corpi senza vita trascinassero giù le altre persone, vive o morte che fossero. A simboleggiare un legame con il territorio in cui questi massacri avvennero, le tre sagome sono poste sopra un masso di roccia carsica.

Di fianco alla statua, son presenti lastre metalliche con alcune iscrizioni in cui vengono commemorate le vittime della tragedia.
Il luogo in cui è stato collocato questo monumento non è casuale: la strada ricorda le vittime delle Foibe e il quartiere, il Giuliano-Dalmata, deve il nome proprio agli italiani giuliani, istriani e dalmati che, costretti a lasciare le loro terre perdute dall'Italia, trovarono negli anni '40 rifugio in questa zona, dove sorgeva il villaggio per gli operai che stavano lavorando all'E42, attuale EUR, che divenne di lì a poco noto come Villaggio Giuliano e fu il nucleo originario del nuovo quartiere.


Cronache 2020

Gennaio
30 - Due cittadini cinesi in vacanza a Roma risultano positivi al Coronavirus.

Stemmi di Papa Pio VI

Stemma di Papa Pio VI all'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, in uno dei cortili dell'Ospedale Santo Spirito in Sassia

Torre Piezometrica di Ponte di Nona



La Torre Piezometrica di Ponte di Nona fa parte del Centro Idrico di Ponte di Nona, si trova in Via Prenestina al Km 15,5, nella parte della strada compresa nella Zona Borghesiana.
È una torre con serbatoio alta 45 metri con una capacità di 550 metri cubi, deputata a servire i quartieri di Lunghezza, Borghesiana, Torre Angela e Ponte di Nona, è alimentata dall'Acqua Marcia.

La torre piezometrica vista da Via Ponte di Nona
A terra è presente un altro serbatoio di accumulo che contiene 6300 metri cubi d'acqua, inoltre i due serbatoi sono dotati di un sistema di pompaggio dell'acqua.
Il centro idrico è stato costruito da Acea Ato2, il progetto è del 2005 mentre i lavori sono iniziati nel 2008 e terminati nel 2011, con un costo di sette milioni di euro.


Stazione Termini



La Stazione Termini è il principale scalo ferroviario di Roma e la stazione più importante d'Italia per traffico di passeggeri, nonchè la più grande, con 32 binari.
Si trova nel Rione Esquilino, compresa tra le Vie Giolitti e Marsala e Piazza dei Cinquecento.
Dal 2000 al piano interrato ospita il Forum Termini, uno spazio per attività commerciali.
Il 23 dicembre 2006 è stata intitolata a Papa Giovanni Paolo II.

A partire dagli anni venti del Novecento l'Ufficio del Servizio Lavori delle FS cominciò ad elaborare vari studi per l'ampliamento della Vecchia Stazione Termini, ed alla fine fu deciso di ricostruire completamente una nuova stazione.
Nel 1925 fu affidato l'incarico ad Angiolo Mazzoni del Grande, direttore della direzione lavori delle FS, di curare il progetto della nuova stazione, egli elaborò tre diversi progetti tutti incentrati su una stazione sotterranea passante, in cui si sarebbero unite le linee ferroviarie che attraversavano la città, completamente interrate. Nel 1931 fu pubblicato il nuovo PRG, elaborato da Marcello Piacentini, che prevedeva la distruzione del fabbricato di Bianchi e la creazione di una stazione sotterranea, concordando con i progetti di Mazzoni precedenti.
Tuttavia la realizzazione della grande opera risultava troppo onerosa, e il progetto non ricevette alcun finanziamento; con la proclamazione dell'impero e la preparazione dell'E42, nel 1936, fu necessario avere una nuova stazione in tempi rapidi, Mussolini volle allora creare una grandiosa stazione come ingresso monumentale alla città e come capolinea della metropolitana che andava all'EUR, egli voleva che fosse la più grande stazione d'Europa.
Mazzoni elaborò a partire dal 1935 diciotto differenti schemi funzionali tutti incentrati sullo schema della stazione di testa, considerata all'italiana, nel dicembre del 1936 presentò il progetto definitivo. Tuttavia fu subito rifiutato perchè di stile troppo razionalista e poco monumentale, la stazione doveva essere invece "artisticamente nella millenaria tradizione architettonica di Roma".

Il primo progetto razionalista della Stazione Termini

Infatti era prevista una grande vetrata in facciata, che lasciava vedere i colli albani sullo sfondo. Inoltre era stato sviluppato dal Mazzoni un concetto innovatore: l'uscita frontale per ottenere i minimi percorsi di uscita da tutti i binari, lo stesso valeva per i passeggeri in entrata.
Le ali avrebbero contenuto i servizi per i passeggeri in partenza, da un lato, e in arrivo, dall'altro.
La nuova stazione avrebbe avuto un lungo fronte di 232 metri retrocesso di due isolati rispetto alla vecchia infrastruttura, questo comportava la creazione di un'immensa Piazza dei Cinquecento, inquadrata lateralmente dai resti dell'aggere serviano, al centro della quale sarebbe stata scavata la grande stazione sotterranea della metropolitana.


Il secondo progetto realizzato nel 1938 prevedeva una nuova facciata caratterizzata da un enorme colonnato monumentale dotato di 26 colonne binate giganti di travertino, con capitello corinzio, alte 18 metri che conduceva direttamente ai binari, attraverso un atrio di dodicimila metri quadri.

Il portico gigantesco, avrebbe dovuto avere i soffitti a cassettoni

Il fabbricato con i servizi per le partenze era previsto nel corpo laterale di Via Principe di Piemonte (attuale Via Giolitti), con le ampie biglietterie, il locale bagagli in partenza, il grande ristorante con l'enorme Cappa Mazzoniana alta 10 m e larga 15, rivestita di marmo Breccia Medicea. Al primo piano si susseguivano grandi saloni di rappresentanza per conferenze, banchetti e feste, all'estremità anteriore era posto uno splendido un portico circolare con fontana.
Il lungo corridoio porticato interno, di 364 m, che collegava tutti gli ambienti del primo piano si sarebbe chiamato "passo di ronda".
Le facciate erano completamente rivestite in travertino, caratterizzate da una serie di grandi archi, dell'altezza di due piani, tagliati a metà da una pensilina, sovrastati da un'altra fila di archi più piccoli.
Inoltre era prevista una enorme chiesa sotterranea dedicata a San Francesco e Santa Caterina da Siena, Patroni d'Italia.


Il fabbricato degli arrivi, lungo circa un chilometro, era posto in Via Marsala, comprendeva i servizi postali e di dogana, la monumentale Sala Reale, l'unica non realizzata, e i servizi bagagli in arrivo. Le due ali erano collegate da un sistema di passaggi sotterranei con tre diversi livelli interrati, da utilizzare per i bagagli e i sottoservizi.
Inoltre lungo Via Principe di Piemonte era prevista la cabina apparati centrali, con un grande serbatoio idrico, verso Santa Balbina, e una enorme centrale termica con i dormitori, verso il Tempio di Minerva Medica in stile razionalista, punteggiata di piccole finestre per l'altezza di sette piani.

Progetto della Stazione Termini su Via Principe di Piemonte, oggi Via Giolitti

I lavori di costruzione dei due fabbricati laterali cominciarono il 16 febbraio 1938 con la demolizione delle strutture esistenti, capannoni e magazzini, inaugurata in quello stesso giorno da parte di Mussolini in persona. Il progetto definitivo fu approvato il 3 febbraio 1939, mentre i lavori di demolizione  erano già in corso d'opera.

Lavori di fondazione del corpo laterale in Via Principe di Piemonte nel 1938


Dopo aver distrutto le vecchie costruzioni iniziarono i cantieri di fondazione delle nuove strutture lungo le due vie, fino al livello di tre piani interrati.

Lavori in Via Marsala 1940

In via Marsala furono anche abbattute le antiche arcate dell'acquedotto Felice, che fu ricostruito con una condotta interrata, l'innesto con l'Arco di Sisto V avviene brutalmente con la lunga stecca di due piani dell'ala di stazione che lo lambisce.

I lavori di costruzione della Stazione Termini in Via Principe di Piemonte nel 1940

Nel 1942 erano state praticamente completate le ali laterali, con gli impianti tecnici, i due serbatoi d'acqua e le pensiline, mancava solo il Padiglione Reale su Via Marsala.

La biglietteria nell'Ala Mazzoniana nel 1942

Le fondamenta del grande colonnato della facciata erano state in parte realizzate, mentre in una zona periferica di Roma furono eretti dei modelli del porticato in dimensioni naturali. I capitelli con semplici volute non piacquero molto, furono allora rielaborati decidendo di raffigurarvi delle sculture affidate a Francesco Coccia e Quirino Ruggieri.
I capitelli delle colonne del Padiglione Reale furono invece affidati allo scultore Bruno Giugliarelli.

Riproduzione dal vero del portico monumentale

Era iniziata anche la demolizione della vecchia stazione di Salvatore Bianchi.
L'impegno sempre maggiore nella guerra portò il governo a ordinare l'interruzione dei lavori nel 1942.
Nel 1946 il Ministero dei Trasporti varò una commissione d'inchiesta per valutare il completamento della stazione da un punto di vista economico e funzionale, andava infatti terminata per il Giubileo del 1950, il cui risultato fu quello di sopprimere il colonnato e di spostare tutti i servizi, tra cui ristorante e biglietteria, nel nuovo edificio di testata previsto su Piazza dei Cinquecento, sconvolgendo i piani di Mazzoni. Nel 1947 fu dunque indetto un concorso per completamento della stazione, vinto ex aequo da Montuori e Vitellozzi che furono chiamati ad elaborarne un'altro assieme.
Il progetto finale prevedeva l'atrio biglietteria, su Piazza dei Cinquecento, il grande fabbricato frontale, di cinque piani, la galleria di testa, che connetteva le ali Mazzoniane con il nuovo edificio, e il ristorante.


La stazione fu solennemente inaugurata il 20 dicembre del 1950 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, con la moglie, il Presidente del Consiglio De Gasperi e ministri del Governo.
La pensilina dell'atrio, il cosiddetto dinosauro, riscosse da subito un grande successo, ed è considerata ancora oggi un esempio emblematico dell'architettura Italiana degli anni cinquanta.
La stazione è stata profondamente ristrutturata negli anni novanta in occasione del Giubileo del 2000 con la creazione del Forum Termini, ed il restauro dell'Ala Mazzoniana su Via Giolitti.
Il Forum Termini è situato al livello sotterraneo, i suoi quattordicimila metri quadri sono destinati ad attività commerciali, tra cui va menzionata la libreria Borri Books, la più grande di Roma.

Il passo di ronda, dell'Ala Mazzoniana, conserva il fascino metafisico dell'architettura razionalista

L'Ala Mazzoniana, comprendente la vecchia biglietteria mai entrata in funzione, con le sue belle volte in mattoni, ed altri ambienti dedicati alle partenze, è stata ristrutturata per ospitare attività commerciali e servizi di pubblica utilità, mentre al primo piano è stata aperta la Gate Termini Art Gallery, un vasto spazio espositivo per mostre.
Nel 2012 sono iniziati i lavori per creare una galleria commerciale sopra i binari, la Terrazza Termini, inaugurata nel 2016 e nel 2018, sviluppata su cinquemilaottocento metri quadri.
Nel 2016 è stato inaugurato lungo l'Ala Mazzoniana, nello spazio dell'ex Dopolavoro Ferroviario, in origine ristorante, il Mercato Centrale di Roma, un'ampio spazio dedicato alla gastronomia e a prodotti di qualità.


Latomie di Salone


Le Latomie di Salone sono delle antiche cave di tufo, oggi inutilizzate, situate nella Zona Settecamini, in Via di Salone. Esse si possono facilmente vedere dai laghetti di pesca sportiva di Via di Salone, realizzati a ridosso delle cave.
Il termine latomia, di norma, indica cave usate per per incarcerare schiavi, prigionieri di guerra e altre forme di detenuti: in questo caso non vi sono elementi che indichino che queste cavi abbiano avuto funzione punitiva o carceraria, per quanto tale fenomeno fosse ben diffuso nell'antichità. In ogni caso, nel caso di queste cave il termine "latomie" è diventato di uso comune, e così sono ad oggi conosciute.
Le latomie di Salone si sviluppano in monti tufacei tagliati a strapiombo, e risalgono al I Secolo Avanti Cristo, su iniziativa del generale romano Licinio Lucullo. In quest'area sorsero anche altre latomie, quelle di Cervara, cadute però in rovina prima di quelle di Salone, contribuendo allo sviluppo di queste ultime.
Nel 1972, alcuni scavi nella zona portarono alla luce alcune ville rustiche e necropoli con tombe risalenti a un'epoca compresa tra l'VIII ed il III Secolo Avanti Cristo, che alcuni archeologi tra cui Lorenzo Quilici pensarono potessero appartenere all'antica città sabina di Caenina.
Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente la zona, e le latomie, andarono in rovina, finché non si sviluppò il fenomeno delle Domuscultae: in questa zona nacque, infatti, quella di Santa Cecilia.

Palazzo Massimo alle Terme



Palazzo Massimo alle Terme si trova in Piazza dei Cinquecento ad angolo con Largo di Villa Peretti, nel Rione Castro Pretorio, ed oggi è sede di una parte del Museo Nazionale Romano.
L'edificio fu costruito tra il 1883 e il 1886, accanto al vecchio Palazzo di Termini, espropriato dallo Stato e destinato alla demolizione, per l'allargamento di Piazza dei Cinquecento.


Fu il gesuita Principe Massimiliano Massimo che lo commissionò all'architetto Camillo Pistrucci, come sede del Collegio Massimo. Egli aveva infatti fondato il Collegio il 9 novembre del 1879 con sede nel Palazzo di Termini, una volta parte del complesso di Villa Peretti Montalto, e con l'intenzione di ricostruire il Collegio Romano, espropriato nel 1871 e destinato ad essere il primo liceo statale di Roma.
Gli alunni passarono dai venticinque del 1879 ai mille circa degli anni cinquanta del Novecento.
Pistrucci doveva dunque costruire un grande collegio destinato all'educazione e a residenza degli alunni e dei professori gesuiti. Egli elaborò un vasto edificio in stile neorinascimentale di quattro piani, con undici finestre sulla facciata principale per ogni piano, inoltre il prospetto è tripartito da due sottili fasce bugnate.


Al pianterreno è presente uno spesso bugnato in cui sono poste le finestre del seminterrato, mentre superiormente vi poggiano le finestre del pianterreno sormontate da un timpano, un grande portale si apre al centro circondato da una fascia verticale a bugnato rustico che raggiunge il piano nobile.


Questo è occupato centralmente da cinque grandi doppie arcate su colonne binate con capitello corinzio, sormontate da stemmi posti sulla chiave di volta. Ai lati sono presenti invece tre finestre architravate sovrastate da un mezzanino. L'ultimo piano è occupato da finestre architaravate poggianti su una spessa cornice marcapiano. Nel cornicione di coronamento sono poste le piccole finestre del quarto piano.

Lo scalone d'ingresso

L'ingresso aperto al pubblico, su Largo di Villa Peretti, conduce ad un atrio quadrangolare, occupato da uno scalone in travertino, ornato da sfere decorative, che conduce al livello ammezzato.


Al centro dell'edificio è presente un cortile porticato su colonne binate doriche al pianterreno, lesene ioniche al piano nobile, in cui le arcate sono tamponate.
Il Collegio Massimo si trasferì nel palazzo nel 1887 e il Palazzo di Termini fu demolito nel 1888.
L'edificio ospitò la scuola fino all'8 dicembre 1960, quando fu definitivamente inaugurata la nuova sede dell'EUR.
Da quel momento il palazzo cadde in stato di abbandono per venti anni, finchè nel 1981 fu acquistato dallo Stato Italiano.

Il cortile di Palazzo Massimo durante l'abbandono

Dopo un lungo restauro curato dall'architetto Costantino Dardi è diventato sede del Museo Nazionale Romano e degli uffici della Soprintendenza Archeologica di Roma.