Le gladiatrici

Nell'Antica Roma, come ben sappiamo gli spettacoli di combattimento tra gladiatori erano molto diffusi in tutto l'Impero. Tali esibizioni erano seguitissime dal popolo, molti gladiatori raggiungevano notevoli livelli di popolarità, e si dividevano in diverse categorie, diverse per armamenti e stile di combattimento. Una domanda spontanea, sorta anche per come si è evoluto l'immaginario collettivo intorno a questi spettacoli, è se a combattere fossero solamente gli uomini o esistessero anche delle gladiatrici: la risposta è che anche le donne combattevano, come dimostrano diverse testimonianze, che seppur vaghe e in numero limitato ci forniscono importanti informazioni su questo fenomeno.

Una testimonianza molto importante in questo senso risale al 19 Dopo Cristo, quando l'Imperatore Tiberio emanò il Senatus consultum di Larinum, in cui proibiva a uomini e donne legati da parentela a senatori o equites di apparire sulla scena con vesti gladiatorie. Questo fatto già di per sé ci dimostra come fosse contemplata la possibilità che una donna facesse la gladiatrice.

Oltre a questo documento, ci sono anche altre testimonianze in importanti testi latini: Svetonio nella Vita dei Cesari racconta come Domiziano avesse organizzato combattimenti notturni tra gladiatori sia tra uomini che tra donne, episodio che sarebbe confermato anche da Marziale e da Stazio.

Un'iscrizione funeraria rinvenuta a Ostia Antica - e oggi conservata nel Lapidarium degli scavi - ricorda invece un certo Hostilianus che nell'epigrafe fa vanto di essere stato il primo a portare gli spettacoli tra gladiatrici a Ostia. Tale testimonianza risale al II Secolo Dopo Cristo e come tale ci fa comprendere come tali combattimenti fossero un fenomeno di nicchia rispetto a quelli maschili.

Ma quanto di nicchia? Questo non possiamo saperlo. Da un lato la scrittrice Amy Zoll ha notato come gli autori Romani parlino - seppur poco - con molta naturalezza del fenomeno delle gladiatrici, e per questa ragione si potrebbe pensare che fosse un fatto molto più comune di quanto si pensi. Dall'altro lato, pur senza essere in contrapposizione con questa tesi, lo storico Mark Vesley ha notato come le scuole gladiatorie che esistevano nei principali centri dell'Impero non risultassero per l'epoca essere luoghi particolarmente adatti alle donne: qui infatti studiavano soprattutto i giovani di ceti elevati che si formavano nelle arti marziali, mentre le donne tendevano a essere seguite da un precettore. Nonostante questo, testimonianze di donne che hanno studiato in questi luoghi non mancano, come Valeria Iucunda, morta a 17 anni.

Il bassorilievo di Alicarnasso
La più nota testimonianza a riguardo, in ogni caso, è il bassorilievo di Alicarnasso, risalente al I o II Secolo Dopo Cristo, che mostra due gladiatrici combattere l'una contro l'altra. Le due donne hanno i nomi di Amazon e Achillia e c'è scritto che dopo il combattimento hanno ricevuto la missio, ovvero la sospensione, per essersi entrambe battute con valore.

Tale bassorilievo è per noi molto importante perché ci fornisce una testimonianza riguardo l'abbigliamento delle gladiatrici: le due donne indossano infatti il subligacum - un perizoma molto diffuso nell'Antica Roma - e numerosi elementi tipici dei gladiatori, come gli schinieri e la manica, ma nessuna delle due indossa l'elmo ed entrambe sono a seno nudo. Nell'arte dell'epoca, erano diffuse le Amazzonomachie, che raffiguravano combattimenti tra Amazzoni a seno nudo: non siamo in grado di sapere se gli spettacoli di gladiatrici volessero richiamare tale immagine o, diversamente, questo è stato un modo per esaltare le doti delle gladiatrici di Alicarnasso.

Poster del film del 1974 The Arena
Il tema delle gladiatrici ha comunque suscitato interesse nel tempo, è diventato presente nell'immaginario collettivo e come tale è entrato nella cultura popolare: per questa ragione gladiatrici sono comparse in numerose opere di narrativa come film o libri.

Quartiere di Tor Caldara - Il progetto di Michele Busiri Vici


Tor Caldara è un'area che attualmente ricade nel Comune di Anzio, occupata attualmente da una Riserva naturale regionale che deve il proprio nome alla torre d'avvistamento risalente al XVII Secolo. L'area, originariamente, era occupata da una solfatara e dopo la Seconda Guerra Mondiale si pensò di poterla urbanizzare.
Nel 1949 Michele Busiri Vici presentò un progetto per la realizzazione di un villaggio nell'area di Tor Caldara. Busiri Vici proprio in quegli anni stava caratterizzando il proprio stile architettonico come strettamente marinaro, come si può vedere nelle numerose ville realizzate sul lungomare di Sabaudia (di cui si occupò anche del piano regolatore) e negli edifici realizzati negli anni '60 in Costa Smeralda. Anche nel caso di Tor Caldara, Busiri Vici immaginò un villaggio a bassa densità abitativa perfettamente integrato nel litorale e nella natura, con la sua inconfondibile architettura fortemente influenzata dalle case dei pescatori del Mediterraneo, dalle case delle isole greche dell'Egeo e dai villaggi spagnoli e messicani.
Per Tor Caldara, luogo rimasto fino a quel momento in gran parte incontaminato, immaginò dunque un nuovo villaggio a bassissimo impatto architettonico sulla natura esistente, con elementi differenti che riecheggiavano una stratificazione volta a dare un'idea di storia vissuta e, come tale, di una comunità esistente.
Il villaggio venne immaginato come un luogo esclusivo di villeggiatura, caratterizzato da un sistema di piazze - quella della Chiesa, quella del mercato - collegate da strade curvilinee che si adattavano alla conformazione del luogo.
In ogni caso, il progetto non ebbe seguito e nel 1988 la zona divenne una riserva naturale protetta. Oggi rimane infatti un luogo ancora privo di costruzioni - se non per le pochissime preesistente, come la torre - lungo il litorale laziale.

Villa Maraviglia



Villa Maraviglia si trova in Via dei Monti Parioli n. 20, nel Quartiere Pinciano, oggi ospita l'Ambasciata di Serbia.
Fu costruita dal deputato Maurizio Maraviglia nel 1929 ristrutturando e ampliando un precedente casale appartenuto ai Medici del Vascello.
Il progetto fu affidato all'ingegner Pino Vittorio.

Maurizio Maraviglia nel 1924

L'Onorevole Maraviglia, di origini cosentine, era militante nel partito Nazionalista, poi confluito in quello Fascista, ebbe un ruolo di primo piano nel regime, fu deputato dal 1924 al 1939 e divenne senatore nello stesso anno.
La sua ascesa politica si arrestò quando fu implicato nel crac della Banca del Sud e nella gestione spregiudicata dalla Società Anonima Bonifiche Calabresi di cui era presidente.
La sua residenza romana doveva dimostrare il prestigio raggiunto, per questo aveva dimensioni imponenti e un vasto giardino formale.
La pianta è caratterizzata da un corpo longitudinale da cui parte un corpo centrale, asimmetrico, che costituisce la facciata principale su Via dei Monti Parioli.

Facciata di villa Maraviglia su Via dei Monti Parioli

La villa è dotata di tre piani, ha il basamento ricoperto a bugnato, semplici finestre modanate al pianterreno e finestre architravate solo nel corpo centrale, dotato di una loggia di tre arcate su un terrazzo che si apre sopra al piccolo avancorpo d'ingresso. Al terzo piano si aprono piccole finestre quadrangolari e, nel corpo centrale, una finestra con arco a tutto sesto che si affaccia su un balcone con parapetto in ferro battuto. Il tetto in coppi alla romana, è tripartito nel corpo centrale.


Due ali angolari di soli due piani dotati di una finestra con un balcone, collegano il blocco centrale con quelli laterali.
Vasti saloni di rappresentanza si trovano al pian terreno, mentre ai piani superiori c'erano le camere da letto.
Il vasto giardino si sviluppava dietro alla villa e verso Sud, con un giardino all'italiana costituito da siepi di bosso disposte a raggiera, mentre verso Est si apriva una vasta peschiera.

Villa Maraviglia, con il giardino formale oggi scomparso, in una foto aerea del 1934

Nel 1940 la villa fu acquistata dalla Legazione di Croazia e ristrutturata da Andrea Busiri Vici dal 1941
 al 1942. Dopo la guerra passò alla Jugoslavia che vi tenne la sede della propria ambasciata. Parte del giardino fu sacrificato per la costruzione di uffici dell'ambasciata.
Oggi la villa ospita l'Ambasciata della Repubblica di Serbia presso l'Italia, presso la Santa Sede e presso il Sovrano Militare Ordine di Malta.

Villa Giorgina



Villa Giorgina è una villa situata in Via Po n. 27 nel Quartiere Pinciano, oggi sede della Nunziatura Apostolica in Italia.
L'isolato in cui sorge la villa è delimitato dalle Vie Salaria, Po, Jacopo Peri, Giulio Caccini, e Carlo Zecchi.
I Sacchetti possedevano nella zona terreni destinati a vigne e, nel Settecento, costruirono un casino lungo la Via Salaria, ancora oggi esistente.
Nel 1913 Isaia Levi, ricco industriale torinese di origini ebraiche, comprò i terreni per edificare una grandiosa villa, dedicata alla figlia Giorgina, morta diciottenne di leucemia, la cui progettazione fu affidata al giovane Clemente Busiri Vici.


Isaia Levi (1863-1949), figlio di un industriale tessile torinese, aveva sviluppato l'industria paterna, dedicandosi anche alla gestione dei grandi magazzini per la vendita delle merci. Nel 1902 aveva sposato a Firenze Nella Coen, figlia del professore Achille Coen dell'Università di Firenze. Durante la Prima Guerra Mondiale incrementò sensibilmente i fatturati e iniziò ad intessere relazioni con personalità di alto spicco nell'ambiente industriale torinese. Nel 1921 fondò la Società Magazzini al Duomo per la vendita all'ingrosso di tessili, contemporaneamente effettuò degli investimenti nel settore cinematografico, della gomma, bancario ed elettrico.
Nel 1921 Levi fu nominato Commendatore, nel 1924 Cavaliere del Lavoro, il 1925 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, fatto che gli permise di raggiungere ulteriori relazioni con personalità politiche e influenti del Regime Fascista.
Gli anni trenta segnarono l'apogeo dell'attività finanziaria, con la partecipazione al consiglio d'amministrazione dell'Ansaldo, l'impegno nella Società Aurora per la produzione di penne stilografiche e il salvataggio della casa editrice bolognese Zanichelli (1930). Il culmine della sua carriera fu raggiunto con la nomina a Senatore del Regno nel 1933.
Le Leggi Raziali costrinsero il senatore Levi a restituire la tessera del partito, a rinunciare alle cariche ricoperte nei molti consigli d'amministrazione e ad una progressiva emarginazione. Il suo prestigio e le sue conoscenze, tra cui quella con Marcello Petacci, gli permisero di ottenere nel 1939 la "discriminazione" e, nel 1940, l' "arianizzazione", secondo cui fu dichiarato, dal Ministero degli Interni, non appartenente alla razza ebraica e potè rimanere in possesso di tutti i suoi beni. In quell'occasione si convertì, assieme alla moglie Nella, al cattolicesimo.
I Petacci ebbero l'opportunità di trasferirsi, come premio per l'arianizzazione, nella villa Giorgina.
L'occupazione nazista di Roma lo mise seriamente in pericolo, e riuscì ad ottenere rifugio, assieme alla moglie, da Pio XII nel convento delle suore di Maria Bambina, in Vaticano, fino alla liberazione di Roma.

Giorgina Levi, unica figlia di Isaia Levi

I lavori, che riguardarono le fondamenta, furono sospesi durante la guerra e ripresero nel 1919, terminando nel 1922.
Il Busiri Vici adottò il linguaggio del rinascimento romano con l'uso di laterizi in cortina e travertino per gli elementi di pregio.



Il casino principale è caratterizzato da una pianta quadrangolare e si sviluppa su due piani. Al centro si apre un massiccio  avancorpo che si affaccia su una scalinata, dotato di tre ampie arcate al pianterreno, e di finestre architravate al piano successivo su balaustre mistilinee, inquadrate da lesene con capitello dorico al primo piano e ionico al secondo. Superiormente si apre un attico contenente tre piccole finestre, sormontato da una balaustra con pilastri su cui sono poste quattro statue.
Il resto della facciata è occupato da due finestre architravate al piano terra e con timpano ricurvo al primo piano, e con tetto in coppi alla romana.

Reperti medioevali nel giardino di Villa Giorgina

Il giardino, progettato sempre da Busiri Vici è ricco di balaustre, fontane, statue, reperti d'età romana e medioevali, verso la villa è sistemato all'inglese, con cedri del Libano e pini, verso Nord ha un assetto formale con siepi di bosso.


Il portale d'ingresso su Via Po proviene da Villa Doria Pamphilj e risale al Seicento.


Il 6 marzo 1949 Isaia Levi morì nella sua amata villa, assistito dai sacramenti, lasciando l'intera proprietà al pontefice Pio XII, come ringraziamento per l'aiuto concessogli durante l'occupazione nazista di Roma, oltre a questa lasciò al Vaticano anche tre miliardi di lire.
I nipoti di Levi iniziarono presto varie cause giudiziarie per riavere i beni lasciati in beneficienza a varie istituzioni, e alla stessa Santa Sede.
La proprietà entrò nelle disponibilità del Pontefice, e fu sporadicamente usata dai suoi nipoti.
Solo nel 1959 quì vi fu finalmente collocata, da Giovanni XXIII, la Nunziatura Apostolica in Italia, dalla sede in Via Nomentana.


Palazzina in Viale Liegi


La palazzina in questione si trova in Viale Liegi n. 42 nel Quartiere Parioli, all'epoca della costruzione Viale Parioli n. 40.
Fu progettata da Marcello Piacentini nel 1920 sui terreni appartenenti a Villa Nobili, per conto della Società Italiana per le imprese edilizie.

La palazzina di Piacentini accanto a Villa Nobili nel 1934

La pianta dell'edificio è ad L, con il tratto lungo che si sviluppa lungo Via Montevideo e quello breve su Viale Liegi.
È una delle migliori opere del giovane Piacentini rimaste ancora oggi, fortemente influenzata dallo stile viennese, di cui l'architetto era fervente ammiratore.
La palazzina si sviluppa su quattro piani, con cinque finestre sulla facciata su Viale Liegi.


Le due finestre laterali sono incorporate in bow window che si sviluppano sul primo e secondo piano terminando in un balcone circolare al terzo piano. Una fascia a bugne rustiche di travertino riveste il piano seminterrato e il portone d'ingresso.


La facciata è ricoperta da un'intonaco a striature orizzontali, di stile secessione, che da un forte effetto plastico di chiaroscuro.
L'ultimo piano è caratterizzato da tre finestre ad arco; sul tetto si apre centralmente una cimasa con timpano contenente una finestra, affiancata da due sfere decorative, inoltre sono presenti due abbaini e comignoli, sulla sinistra si apre una lunga terrazza sormontata da un pergolato.

La facciata lungo Via Montevideo


Stazione di Ostia Mare




La stazione di Ostia Mare era la stazione di testa della Ferrovia Roma Lido. Il progetto era di Marcello Piacentini, come nella stazione di Porta San Paolo.



Il 10 dicembre 1921 Vittorio Emanuele III presenziò alla posa della prima pietra della stazione ferroviaria di Ostia Nuova, insieme a Paolo Orlando, presidente dello SMIR.
I lavori del fabbricato viaggiatori e delle pensiline terminarono nel 1923, mentre l'armamento doveva essere ancora realizzato.



La pianta era identica a quella della stazione di Porta San Paolo, con un grande atrio contenente la biglietteria, i graffiti sulle pareti erano stati realizzati dal pittore Giulio Rosso.
La facciata del fabbricato viaggiatori era differente da quella di Porta San Paolo per il coronamento: mentre nella seconda stazione era presente un timpano, per quella di Ostia invece, sopra al portico d'ingresso si apriva un'architrave orizzontale sostenuto da semplici volute ricoperto di coppi, su cui era posto uno stemma contenente un fascio littorio. Dietro si sviluppava il tetto su cui si trovava una torretta contenente un orologio, sormontata da decorazioni in ferro battuto. Queste caratteristiche architettoniche facevano parte del repertorio dell'architettura rurale italiana, che il giovane Marcello Piacentini utilizzò in molte opere degli anni venti, e davano al fabbricato viaggiatori un tocco pittoresco.

L'inaugurazione della ferrovia Roma Lido nel 1924

La stazione fu inaugurata il 10 agosto 1924 da Benito Mussolini in persona, che si recò da Porta San Paolo ad Ostia Mare. Quì fu posta la prima pietra dell'edificio del Governatorato, che si trovava sul piazzale della stazione.
Quel giorno la stazione era stata imbandierata solennemente e sul portico eta stata installata la seguente scritta: AGLI ORDINI DEL DUCE SI RAGGIUNGONO TUTTE LE METE.



La stazione ebbe il periodo di maggior traffico di passeggeri negli anni trenta, soprattutto durante il periodo estivo.
La guerra ne segnò terribilmente il destino poichè nel dicembre del 1943 fu colpita da una bomba alleata e gravemente danneggiata sul versante verso i binari e sul fianco sinistro.

Lo sventramento del fabbricato viaggiatori dopo la caduta della bomba alleata

Nel PRG del 1933 era stato previsto l'arretramento della stazione di cento metri per permettere la creazione di un ampio piazzale. Fu così che nel 1949 furono demoliti i ruderi del fabbricato viaggiatori, i binari della stazione Vecchia furono usati come scalo merci, mentre veniva costruita la nuova stazione Lido di Ostia Centro, inaugurata nel giugno del 1951.


Chiesa di Santa Maria Immacolata al Collegio Pio Latino Americano




La chiesa si trovava incorporata nel braccio centrale del Pontificio Collegio Pio Latino Americano, situato in Via Giuseppe Gioacchino Belli, nel Rione Prati, oggi non più eseistente, e ne costituiva la cappella.
Fu costruita assieme al collegio, progettata da Temistocle Marucchi e inaugurata nel 1888.
Era dotata un'ampia navata centrale e due laterali, era in stile rinascimentale, dotata di grandi colonne dai capitelli compositi sostenenti archi fra le navate.
Aveva quattro cappelle laterali più i transetti su ogni lato.

La Chiesa dell'Immacolata era posta al centro del Collegio Latino Americano in Via Belli, quì in una foto del 1919

Nell'abside si trovava una grande edicola con una statua dell'Immacolata di Giovanni Collina mentre gli angeli di bronzo che la contornavano erano opera di Ettore Brandizza. Il tabernacolo era opera di Paolo Medici, mentre i bronzi erano di Vincenzo Brugo.
Il transetto destro ospitava la cappella di Nostra Signora di Guadalupe decorata raffinatamente da Landoni e con marmi preziosi realizzati da Ricciardi.
Interessantissima era la decorazione pittorica, tutta ispirata a temi mariani:
la volta della navata centrale era affrescata con la gloria di Maria e il Dogma dell'Immacolata Concezione di Silverio Capparoni e stucchi di Capranesi.
L'affresco nella calotta absidale rappresentava l'Apparizione della Vergine di Guadalupe sempre di Capparoni, così come lo erano anche i due santi raffigurati nell'abside.
La volta del presbiterio era affrescata con l'Appazizione della Vergine a Santa Caterina Labouré, eseguita da Bartolini Nella, così come l'Apparizione della Vergine a Bernadette nell'arco trionfale e le raffigurazioni di Giovanni Battista, Ezechiele e David nella controfacciata.
La splendida chiesa fu la sede nel 1899 del primo Concilio Plenario dell'America Latina, cui parteciparono cinquantatre padri conciliari, tra vescovi e arcivescovi provenienti dall'America latina.
Nel 1963 tutto il complesso fu sciaguratamente demolito, perdendo per sempre questo piccolo gioiello ottocentesco.


Pontificio Collegio Pio Latino Americano



Il Pontificio Collegio Pio Latino Americano era un vasto edificio che si trovava nel Rione Prati, tra le Vie Federico Cesi, Ennio Quirino Visconti, Giuseppe Gioacchino Belli e Lungotevere dei Mellini, l'ingresso era situato in Via Giuseppe Gioacchino Belli n. 3.
Fu costruito tra 1884 e 1887 per volontà di Monsignor Mariano Soler, arcivescovo di Montevideo, egli aveva deciso di dare una nuova sede al collegio nel quartiere dei Prati di Castello, all'epoca ancora in costruzione, poichè il vecchio edificio dell'ex Noviziato dei Gesuiti di Sant'Andrea al Quirinale era stato requisito nel 1873 dallo Stato Italiano, rimandandone la presa di possesso a quando il collegio avesse trovato una nuova residenza.
Grazie all'appoggio di Leone XIII fu dunque intrapresa da monsignor Soler una campagna per la raccolta di fondi nei paesi latino americani, la progettazione del complesso fu affidata all'architetto Temistocle Marucchi.
I lavori iniziarono nel 1884 e terminarono nel novembre del 1887, l'inaugurazione del collegio avvenne il 30 maggio del 1888, la direzione fu affidata al gesuita Padre Santinelli.

Il Collegio Pio Latino Americano giunto quasi al termine della costruzione nel 1887

Per il grande palazzo Marucchi adottò il linguaggio rinascimentale: due avancorpi laterali, con tre finestre per piano, inquadravano la facciata su Via Belli, al pian terreno si aprivano ampie finestre architravate, accompagnate da quelle del mezzanino, sopra uno spesso cornicione si appoggiavano le finestre del piano nobile, sormontate da un timpano, superiormente si aprivano le finestre del secondo piano, infine una grande trabeazione terminava nell'attico.

Progetto originale di Temistocle Marucchi, 1884

Dalla facciata principale partivano tre corpi di fabbrica perpendicolari che si estendevano fino a Via Visconti, tra i quali erano compresi due vasti cortili quadrangolari porticati. Il corpo centrale conteneva lo scalone d'onore ed era occupato posteriormente dalla Chiesa di Maria Immacolata, utilizzata come cappella dell'istituto, decorata sontuosamente da splendidi affreschi.
Su Via Ennio Quirino Visconti le facciate si estendevano per soli due piani.
Lungo Via Federico Cesi si apriva un giardino di forma grossomodo triangolare.
Dalla grande terrazza si godeva un bel panorama sulla città, spesso i seminaristi vi passeggiavano leggendo il breviario o meditando.



Con l'apertura della nuova sede gli alunni iniziarono ad aumentare e si assestarono a fine ottocento sul centinaio ogni anno.
Il 1899 Papa Leone XIII convocò il primo Concilio Plenario dell'America Latina, che si svolse nella Cappella dell'Immacolata, cui parteciparono cinquantatre padri conciliari, tra vescovi e arcivescovi. Furono effettuate trentotto riunioni conciliari, di cui ventinove congregazioni generali e nove sessioni solenni.
Il 19 marzo del 1905 San Pio X elevò il collegio al titolo di Pontificio, segno dell'importanza raggiunta dall'istituto.
Nel 1908 il collegio celebrò con grande fasto i primi cinquant'anni dalla fondazione, furono invitati a Roma tutti gli ex alunni, e la messa pontificale fu presieduta il 21 novembre dal cardinale brasiliano Joaquin Arcoverde, primo ex alunno del collegio ad aver assunto la porpora cardinalizia.
Fino al 1917 1044 giovani dell'America Latina e delle Filippine vi avevano studiato.
L'anno accademico 1928-1929 erano iscritti 263 alunni.
Visto l'aumento progressivo delle domande di ammissione al collegio da parte delle diocesi sudamericane il 1927 fu benedetta la prima pietra del Collegio Brasiliano, a Villa Maffei, ultimato nel 1934.
Negli anni cinquanta gli alunni inviati dalle diocesi latinoamericane aumentavano sempre di più e molte domande dovevano essere respinte. Fu pensato dunque di costruire un nuovo collegio più moderno e di dimensioni maggiori, abbandonando il vecchio complesso di Prati.
Il 1958 furono solennemente festeggiati i primi cento anni dall'istituzione del collegio con la prima riunione della Conferenza Episcopale dell'America Latina svolta nel collegio.
Sarebbe stato più lungemirante costruire una sede distaccata piuttosto che effettuare un trasferimento completo in una nuova struttura, la spinta modernista del Concilio Vaticano II influì molto sulla decisione di sacrificare la vecchia sede.

Il Collegio Latino Americano nel PRG del 1908

I terreni prescelti furono quelli di Vigna Maffei, lungo la Via Aurelia, donati al collegio da Pio IX nel 1859 per le vacanze di fine settimana agli studenti.
Nel dicembre del 1960 Papa San Giovanni XXIII Roncalli effettuò la benedizione della prima pietra del futuro collegio, proggettato in forme modernissime da Julio Lafuente.
Nel 1962 il collegio fu abbandonato, e destinato alla demolizione.
Il 30 novembre del 1963 fu inaugurato il nuovo convento sulla Via Aurelia da Papa San Paolo VI Montini, che nel discorso raccomandò agli alunni di vivere lo spirito del Concilio Ecumenico e di esserne degni. Il nuovo collegio era chiaramente frutto dello spirito del concilio, basato sulle speranze sul futuro, sulla diffusione del cattolicesimo nel mondo, e in cui l'innovazione era più presente rispetto alla tradizione: c'erano trecento stanze per gli studenti, un piano intero dedicato ai gesuiti, un'altro ai prelati in visita a Roma, un'ultimo per le suore, le strutture erano modernissime con un'architettura semplice di cemento armato a vista, la cappella, per l'eccessiva modernità fu a volte criticata, per il carattere troppo asettico.
Come raccontò bene il rettore padre Gonzalez "Ci rendemmo conto di essere stati troppo ottimisti, numero dei seminaristi cominciò pian piano a diminuire. Stavamo attraversando anni di grande disorientamento. Si pensi che per riempire quell’edificio mastodontico ospitammo il Collegio Lombardo. Ci rendemmo conto, dopo alcuni anni, che era arrivato il momento di vendere la sede e trovarne una più piccola, più adeguata alla realtà. Fu così che nel 1973 il Pio Latino cambiò indirizzo di nuovo, stabilendo la sua definitiva residenza qui, in via Aurelia antica". Sostanzialmente l'operazione di cambiamento fu un disastro totale. 
A farne le spese fu il vecchio collegio di Prati e la sua bellissima Chiesa dell'Immacolata, che furono demoliti senza scrupoli.

Panorama dal Fungo dell'Eur




Dal quattordicesimo piano del Fungo dell'Eur, che ospita un famoso ristorante, si gode un panorama mozzafiato sulla città.





















Panorama dall'Hotel Mediterraneo


Il panorama dalla terrazza roof top del decimo piano dell'Hotel Mediterraneo è caratterizzato da una vista quasi a 360° su Roma, si tratta infatti dell'edificio più alto del I Municipio. La vasta terrazza si trova sullo spigolo settentrionale dell'hotel situato lungo Via Giovanni Amendola.

Gli ulteriori due piani del corpo centrale coprono la vista sull'Esquilino

L'unica parte della città non visibile è quella esposta a Sud Est, occupata dal blocco centrale dell'edificio, che si estende per ulteriori due piani e culmina in una snella torretta in mattoni.

La torre terminale dell'Hotel Mediterraneo

La terrazza è preceduta da una grande sala che ospita un raffinato ristorante.