Villa Giorgina



Villa Giorgina è una villa situata in Via Po n. 27 nel Quartiere Pinciano, oggi sede della Nunziatura Apostolica in Italia.
L'isolato in cui sorge la villa è delimitato dalle Vie Salaria, Po, Jacopo Peri, Giulio Caccini, e Carlo Zecchi.
I Sacchetti possedevano nella zona terreni destinati a vigne e, nel Settecento, costruirono un casino lungo la Via Salaria, ancora oggi esistente.
Nel 1913 Isaia Levi, ricco industriale torinese di origini ebraiche, comprò i terreni per edificare una grandiosa villa, dedicata alla giovane figlia morta Giorgina, la cui progettazione fu affidata al giovane Clemente Busiri Vici.
I lavori furono sospesi durante la guerra e ripresero nel 1919, terminando nel 1922.
Il Busiri Vici adottò il linguaggio del rinascimento romano con l'uso di laterizi in cortina e travertino per gli elementi di pregio.



Il casino principale è caratterizzato da una pianta quadrangolare e si sviluppa su due piani. Al centro si apre un massiccio  avancorpo che si affaccia su una scalinata, dotato di tre ampie arcate al pianterreno, e di finestre architravate al piano successivo su balaustre mistilinee, inquadrate da lesene con capitello dorico al primo piano e ionico al secondo. Superiormente si apre un attico contenente tre piccole finestre, sormontato da una balaustra con pilastri su cui sono poste quattro statue.
Il resto della facciata è occupato da due finestre architravate al piano terra e con timpano ricurvo al primo piano, e con tetto in coppi alla romana.

Reperti medioevali nel giardino di Villa Giorgina

Il giardino, progettato sempre da Busiri Vici è ricco di balaustre, fontane, statue, reperti d'età romana e medioevali, verso la villa è sistemato all'inglese, con cedri del Libano e pini, verso Nord ha un assetto formale con siepi di bosso.


Il portale d'ingresso su Via Po proviene da Villa Doria Pamphilj e risale al 1600.
Nel 1949 Isaia Levi morì, lasciando l'intera villa al pontefice Pio XII, come ringraziamento per l'aiuto concessogli durante l'occupazione nazista di Roma.
Fu così che nel 1959 quì vi fu collocata la Nunziatura Apostolica in Italia.


Palazzina in Viale Liegi




La palazzina in questione si trova in Viale Liegi n. 42 nel Quartiere Parioli, all'epoca della costruzione Viale Parioli n. 40.
Fu progettata da Marcello Piacentini nel 1920 sui terreni appartenenti a Villa Nobili, per conto della Società Italiana per le imprese edilizie.
La pianta dell'edificio è ad L, con il tratto lungo che si sviluppa lungo Via Montevideo e quello breve su Viale Liegi.
È una delle migliori opere del giovane Piacentini rimaste ancora oggi, fortemente influenzata dallo stile viennese, di cui m'architetto era fervente ammiratore.
La palazzina si sviluppa su quattro piani, con cinque finestre sulla facciata su Viale Liegi, le due finestre laterali sono incorporate in bow window che si sviluppano sul primo e secondo piano terminando in un balcone circolare al terzo piano. Una fascia a bugne rustiche di travertino riveste il piano seminterrato e il portone d'ingresso.
La facciata è ricoperta da un'intonaco a striature orizzontali, di stile secessione, che da un forte effetto plastico di chiaroscuro.
L'ultimo piano è caratterizzato da tre finestre ad arco; sul tetto si apre centralmente una cimasa con timpano contenente una finestra, affiancata da due sfere decorative, inoltre sono presenti due abbaini e comignoli, sulla sinistra si apre una lunga terrazza sormontata da un pergolato.

Stazione di Ostia Mare




La stazione di Ostia Mare era la stazione di testa della Ferrovia Roma Lido. Il progetto era di Marcello Piacentini, come nella stazione di Porta San Paolo.



Il 10 dicembre 1921 Vittorio Emanuele III presenziò alla posa della prima pietra della stazione ferroviaria di Ostia Nuova, insieme a Paolo Orlando, presidente dello SMIR.
I lavori del fabbricato viaggiatori e delle pensiline terminarono nel 1923, mentre l'armamento doveva essere ancora realizzato.



La pianta era identica a quella della stazione di Porta San Paolo, con un grande atrio contenente la biglietteria, i graffiti sulle pareti erano stati realizzati dal pittore Giulio Rosso.
La facciata del fabbricato viaggiatori era differente da quella di Porta San Paolo per il coronamento: mentre nella seconda stazione era presente un timpano, per quella di Ostia invece, sopra al portico d'ingresso si apriva un'architrave orizzontale sostenuto da semplici volute ricoperto di coppi, su cui era posto uno stemma contenente un fascio littorio. Dietro si sviluppava il tetto su cui si trovava una torretta contenente un orologio, sormontata da decorazioni in ferro battuto. Queste caratteristiche architettoniche facevano parte del repertorio dell'architettura rurale italiana, che il giovane Marcello Piacentini utilizzò in molte opere degli anni venti, e davano al fabbricato viaggiatori un tocco pittoresco.

L'inaugurazione della ferrovia Roma Lido nel 1924

La stazione fu inaugurata il 10 agosto 1924 da Benito Mussolini in persona, che si recò da Porta San Paolo ad Ostia Mare. Quì fu posta la prima pietra dell'edificio del Governatorato, che si trovava sul piazzale della stazione.
Quel giorno la stazione era stata imbandierata solennemente e sul portico eta stata installata la seguente scritta: AGLI ORDINI DEL DUCE SI RAGGIUNGONO TUTTE LE METE.



La stazione ebbe il periodo di maggior traffico di passeggeri negli anni trenta, soprattutto durante il periodo estivo.
La guerra ne segnò terribilmente il destino poichè nel dicembre del 1943 fu colpita da una bomba alleata e gravemente danneggiata sul versante verso i binari e sul fianco sinistro.

Lo sventramento del fabbricato viaggiatori dopo la caduta della bomba alleata

Nel PRG del 1933 era stato previsto l'arretramento della stazione di cento metri per permettere la creazione di un ampio piazzale. Fu così che nel 1949 furono demoliti i ruderi del fabbricato viaggiatori, i binari della stazione Vecchia furono usati come scalo merci, mentre veniva costruita la nuova stazione Lido di Ostia Centro, inaugurata nel giugno del 1951.


Chiesa di Santa Maria Immacolata al Collegio Pio Latino Americano




La chiesa si trovava incorporata nel braccio centrale del Pontificio Collegio Pio Latino Americano, situato in Via Giuseppe Gioacchino Belli, nel Rione Prati, oggi non più eseistente, e ne costituiva la cappella.
Fu costruita assieme al collegio, progettata da Temistocle Marucchi e inaugurata nel 1888.
Era dotata un'ampia navata centrale e due laterali, era in stile rinascimentale, dotata di grandi colonne dai capitelli compositi sostenenti archi fra le navate.
Aveva quattro cappelle laterali più i transetti su ogni lato.

La Chiesa dell'Immacolata era posta al centro del Collegio Latino Americano in Via Belli, quì in una foto del 1919

Nell'abside si trovava una grande edicola con una statua dell'Immacolata di Giovanni Collina mentre gli angeli di bronzo che la contornavano erano opera di Ettore Brandizza. Il tabernacolo era opera di Paolo Medici, mentre i bronzi erano di Vincenzo Brugo.
Il transetto destro ospitava la cappella di Nostra Signora di Guadalupe decorata raffinatamente da Landoni e con marmi preziosi realizzati da Ricciardi.
Interessantissima era la decorazione pittorica, tutta ispirata a temi mariani:
la volta della navata centrale era affrescata con la gloria di Maria e il Dogma dell'Immacolata Concezione di Silverio Capparoni e stucchi di Capranesi.
L'affresco nella calotta absidale rappresentava l'Apparizione della Vergine di Guadalupe sempre di Capparoni, così come lo erano anche i due santi raffigurati nell'abside.
La volta del presbiterio era affrescata con l'Appazizione della Vergine a Santa Caterina Labouré, eseguita da Bartolini Nella, così come l'Apparizione della Vergine a Bernadette nell'arco trionfale e le raffigurazioni di Giovanni Battista, Ezechiele e David nella controfacciata.
La splendida chiesa fu la sede nel 1899 del primo Concilio Plenario dell'America Latina, cui parteciparono cinquantatre padri conciliari, tra vescovi e arcivescovi provenienti dall'America latina.
Nel 1963 tutto il complesso fu sciaguratamente demolito, perdendo per sempre questo piccolo gioiello ottocentesco.


Pontificio Collegio Pio Latino Americano



Il Pontificio Collegio Pio Latino Americano era un vasto edificio che si trovava nel Rione Prati, tra le Vie Federico Cesi, Ennio Quirino Visconti, Giuseppe Gioacchino Belli e Lungotevere dei Mellini, l'ingresso era situato in Via Giuseppe Gioacchino Belli n. 3.
Fu costruito tra 1884 e 1887 per volontà di Monsignor Mariano Soler, arcivescovo di Montevideo, egli aveva deciso di dare una nuova sede al collegio nel quartiere dei Prati di Castello, all'epoca ancora in costruzione, poichè il vecchio edificio dell'ex Noviziato dei Gesuiti di Sant'Andrea al Quirinale era stato requisito nel 1873 dallo Stato Italiano, rimandandone la presa di possesso a quando il collegio avesse trovato una nuova residenza.
Grazie all'appoggio di Leone XIII fu dunque intrapresa da monsignor Soler una campagna per la raccolta di fondi nei paesi latino americani, la progettazione del complesso fu affidata all'architetto Temistocle Marucchi.
I lavori iniziarono nel 1884 e terminarono nel novembre del 1887, l'inaugurazione del collegio avvenne il 30 maggio del 1888, la direzione fu affidata al gesuita Padre Santinelli.

Il Collegio Pio Latino Americano giunto quasi al termine della costruzione nel 1887

Per il grande palazzo Marucchi adottò il linguaggio rinascimentale: due avancorpi laterali, con tre finestre per piano, inquadravano la facciata su Via Belli, al pian terreno si aprivano ampie finestre architravate, accompagnate da quelle del mezzanino, sopra uno spesso cornicione si appoggiavano le finestre del piano nobile, sormontate da un timpano, superiormente si aprivano le finestre del secondo piano, infine una grande trabeazione terminava nell'attico.

Progetto originale di Temistocle Marucchi, 1884

Dalla facciata principale partivano tre corpi di fabbrica perpendicolari che si estendevano fino a Via Visconti, tra i quali erano compresi due vasti cortili quadrangolari porticati. Il corpo centrale conteneva lo scalone d'onore ed era occupato posteriormente dalla Chiesa di Maria Immacolata, utilizzata come cappella dell'istituto, decorata sontuosamente da splendidi affreschi.
Su Via Ennio Quirino Visconti le facciate si estendevano per soli due piani.
Lungo Via Federico Cesi si apriva un giardino di forma grossomodo triangolare.
Dalla grande terrazza si godeva un bel panorama sulla città, spesso i seminaristi vi passeggiavano leggendo il breviario o meditando.



Con l'apertura della nuova sede gli alunni iniziarono ad aumentare e si assestarono a fine ottocento sul centinaio ogni anno.
Il 1899 Papa Leone XIII convocò il primo Concilio Plenario dell'America Latina, che si svolse nella Cappella dell'Immacolata, cui parteciparono cinquantatre padri conciliari, tra vescovi e arcivescovi. Furono effettuate trentotto riunioni conciliari, di cui ventinove congregazioni generali e nove sessioni solenni.
Il 19 marzo del 1905 San Pio X elevò il collegio al titolo di Pontificio, segno dell'importanza raggiunta dall'istituto.
Nel 1908 il collegio celebrò con grande fasto i primi cinquant'anni dalla fondazione, furono invitati a Roma tutti gli ex alunni, e la messa pontificale fu presieduta il 21 novembre dal cardinale brasiliano Joaquin Arcoverde, primo ex alunno del collegio ad aver assunto la porpora cardinalizia.
Fino al 1917 1044 giovani dell'America Latina e delle Filippine vi avevano studiato.
L'anno accademico 1928-1929 erano iscritti 263 alunni.
Visto l'aumento progressivo delle domande di ammissione al collegio da parte delle diocesi sudamericane il 1927 fu benedetta la prima pietra del Collegio Brasiliano, a Villa Maffei, ultimato nel 1934.
Negli anni cinquanta gli alunni inviati dalle diocesi latinoamericane aumentavano sempre di più e molte domande dovevano essere respinte. Fu pensato dunque di costruire un nuovo collegio più moderno e di dimensioni maggiori, abbandonando il vecchio complesso di Prati.
Il 1958 furono solennemente festeggiati i primi cento anni dall'istituzione del collegio con la prima riunione della Conferenza Episcopale dell'America Latina svolta nel collegio.
Sarebbe stato più lungemirante costruire una sede distaccata piuttosto che effettuare un trasferimento completo in una nuova struttura, la spinta modernista del Concilio Vaticano II influì molto sulla decisione di sacrificare la vecchia sede.

Il Collegio Latino Americano nel PRG del 1908

I terreni prescelti furono quelli di Vigna Maffei, lungo la Via Aurelia, donati al collegio da Pio IX nel 1859 per le vacanze di fine settimana agli studenti.
Nel dicembre del 1960 Papa San Giovanni XXIII Roncalli effettuò la benedizione della prima pietra del futuro collegio, proggettato in forme modernissime da Julio Lafuente.
Nel 1962 il collegio fu abbandonato, e destinato alla demolizione.
Il 30 novembre del 1963 fu inaugurato il nuovo convento sulla Via Aurelia da Papa San Paolo VI Montini, che nel discorso raccomandò agli alunni di vivere lo spirito del Concilio Ecumenico e di esserne degni. Il nuovo collegio era chiaramente frutto dello spirito del concilio, basato sulle speranze sul futuro, sulla diffusione del cattolicesimo nel mondo, e in cui l'innovazione era più presente rispetto alla tradizione: c'erano trecento stanze per gli studenti, un piano intero dedicato ai gesuiti, un'altro ai prelati in visita a Roma, un'ultimo per le suore, le strutture erano modernissime con un'architettura semplice di cemento armato a vista, la cappella, per l'eccessiva modernità fu a volte criticata, per il carattere troppo asettico.
Come raccontò bene il rettore padre Gonzalez "Ci rendemmo conto di essere stati troppo ottimisti, numero dei seminaristi cominciò pian piano a diminuire. Stavamo attraversando anni di grande disorientamento. Si pensi che per riempire quell’edificio mastodontico ospitammo il Collegio Lombardo. Ci rendemmo conto, dopo alcuni anni, che era arrivato il momento di vendere la sede e trovarne una più piccola, più adeguata alla realtà. Fu così che nel 1973 il Pio Latino cambiò indirizzo di nuovo, stabilendo la sua definitiva residenza qui, in via Aurelia antica". Sostanzialmente l'operazione di cambiamento fu un disastro totale. 
A farne le spese fu il vecchio collegio di Prati e la sua bellissima Chiesa dell'Immacolata, che furono demoliti senza scrupoli.

Panorama dal Fungo dell'Eur




Dal quattordicesimo piano del Fungo dell'Eur, che ospita un famoso ristorante, si gode un panorama mozzafiato sulla città.





















Panorama dall'Hotel Mediterraneo

Il panorama dal decimo piano dell'Hotel Mediterraneo è caratterizzato da una vista quasi a 360° su Roma, si tratta infatti dell'edificio più alto del I Municipio.
















Monumento a Wolfgang Goethe


Il monumento a Wolfgang Goethe si trova all'angolo tra Viale San Paolo del Brasile e Viale Goethe, all'interno di Villa Borghese, nel Quartiere Pinciano. L'origine di questa opera risale al 1904 quando l'Imperatore di Germania Guglielmo II volle offrire all'allora sindaco di Roma Prospero Colonna un monumento a Goethe come dono e come simbolo dell'amicizia tra Italia e Germania.
Wolfgang Goethe (Francoforte 1749 - Weimar 1832), tra i massimi letterati tedeschi di sempre, fu molto legato all'Italia, dove soggiornò tra il 1786 e il 1788, vivendo a Roma in Via del Corso, dove oggi la sua casa è stata adibita a Museo e dove una targa lo ricorda. All'Italia e a Roma si devono infatti molte opere di Goethe, come Viaggio in Italia e le Elegie Romane.


Con questi presupposti, Guglielmo II volle donare questa statua come segno d'amicizia tra i due popoli, dal momento che "nessuno meglio di Goethe poteva esprimere il vincolo spirituale che avvinse un tempo la studiosa Germania alla meravigliosa Roma".
La statua venne realizzata dallo scultore italiano Valentino Casali su un modello realizzato a Berlino dallo scultore tedesco Gustav Eberlein e venne inaugurata a Roma il 23 Giugno 1904 alla presenza di Vittorio Emanuele III. Il monumento costò in tutto mezzo miliardo di lire.


L'opera è di dimensioni importanti: l'intero monumento tocca gli otto metri d'altezza, e la sola statua di Goethe è alta tre metri, mentre il piedistallo ha una superficie complessiva di sette metri per sette.
Un grande capitello corinzio fa da piedistallo alla statua di Goethe, a simboleggiare il rapporto con Roma e l'influenza dell'antichità classica, mentre ai piedi di tale capitello sono presenti statue che raffigurano personaggi ed elementi delle opere dello scrittore tedesco in maniera allegorica.


Ci sono, ad esempio, il dramma, raffigurato da Oreste che si getta ai piedi di Ifigenia e le confessa il matricidio compiuto, la lirica, rappresentata da Mignon al fianco del vecchio arpista Lotario, e la filosofia, con Faust tentato da Mefisto.


Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'ingresso dell'Italia nel conflitto nel 1915, i rapporti tra Italia e Germania divennero diversi, essendo i due Paesi schierati l'uno contro l'altro. Nel 1917 rischiò di farne le spese anche il monumento: Ugo Tombesi suggerì dalle pagine del Giornale d'Italia che tale scultura venisse rimossa e sostituita dalla seguente epigrafe: "Qui sorgeva la statua del grande poeta Volgango Goethe, rinviata in Germania perché dono dell'imperatore de' nuovi Unni, più feroci e più barbari degli antichi". La proposta non ebbe seguito, e la statua si trova ancora là.

Villa Calderai




Villa Calderai è una villa che si trova in Corso d'Italia n. 44 nel Quartiere Pinciano.
Fu costruita nel 1902 da Amedeo Calcaprina per la famiglia Calderai. Era uno degli edifici liberty più importanti di Roma.



Il corpo principale aveva tre piani, le finestre erano architravate e avevano decorazioni in maioliche floreali, anche il cornicione tra gli ultimi due piani era ricoperto da maioliche colorate, l'ultimo piano era dipinto a girali di foglie.
L'ingresso si apriva su un portico angolare costituito da due arcate su ogni lato sostenute da grosse colonne con capitelli floreali.
La torre era l'elemento più spettacolare per la ricchezza figurativa: grandi volute di stucco si trovavano tra il piano terra e il primo piano e terminavano in un gruppo di quattro maioliche raffiguranti fiori. Gli architravi delle finestre del primo piano erano decorati da maioliche. La torre terminava con una profusione di stucchi: pilastri strigilati, teste femminili sui capitelli, cariatidi di gusto liberty a reggere il cornicione modanato del terrazzo.
Sulla sommità una spettacolare copertura di ferro battuto e vetro a bande di vari colori riparava dalle intemperie.



Nel 1910 la proprietà passò ai Torlonia che decisero di affidarne la ristrutturazione a Gustavo Giovannoni, furono eliminati gli elementi floreali per avere un ornato più classico.
Rimangono ancora oggi la splendida cancellata in ferro battuto, le balaustre dei balconi, sempre in ferro battuto, il cornicione in maiolica tra primo e secondo piano, i fiori di ceramica del cornicione dell'attico.




Cat sanctuary of Torre Argentina

Among the ruins of the Sacred Area of Torre Argentina, in the Rione Pigna, there is an important feline colony, the cat sanctuary of Torre Argentina. The origin of this colony dates back to when between 1926 and 1928, as part of road adaptation works in the area between Corso Vittorio Emanuele and Via Arenula, the Roman remains of the Sacred Area came to light.
From that moment, these ruins became a place of attraction as well as for tourists and the curious also for many cats, who found them a protected place as they were below street level. In a short time, many cat and gattari - the people that spontaneously take care of cats - began to bring them food and provide assistance, effectively making it a fact sanctuary.


It must be said that obviously in those years the food for canned animals was not yet widespread and the cats were fed above all thanks to the waste meat. In this regard, in the past in Rome there was the carnacciaro, a man who turned and distributed the carnaccia, the discarded meat, to the felines. A small note must now be made: the feline colony - this kind of cat sanctuary - is distinguished from the "gattile", which is similar to a kennel but which houses cats, and from the feline oasis, which wants to rebuild an environment where cats can live freely. The feline colony is in fact an often spontaneous group of cats that gather in a specific place and whose care is entrusted to private citizens or associations.


Over the years, Torre Argentina became one of the most famous cat sanctuaries in Rome, where cats were cared for by cats and all kinds of cats, including some very famous ones such as actress Anna Magnani. In the 80s the actor Antonio Crast obtained a space inside the pedestrian underpass of Torre Argentina (now closed) to make an environment for the feline colony, and in the 90s the efforts of Franca Stoppi, Lia Dequel and Silvia Viviani led to a greater organization of the colony. Currently the feline colony of Torre Argentina is known throughout the world, thanks to its suggestive position.