Villa Aloisi




Villa Aloisi era una villa che si trovava in Via Flaminia n. 499 oggi non più esistente.
Fu costruita nel 1926 per il diplomatico Barone Pompeo Aloisi con progetto di Armando Brasini, su un lotto adiacente alle proprietà dello stesso architetto, che aveva appena costruito la sua Villa Augusta.
I coniugi Aloisi erano amanti dell'arte, Pompeo era stato molti anni a Parigi come addetto d'ambasciata ed aveva sviluppato un gusto raffinato per l'arte francese. Brasini costruì una maestosa villa di forme neobarocche.
Dal bel portale sulla Via Flaminia un viale conduceva alla collina su cui sorgeva la villa.



Aveva una facciata concava con finestre modanate e architravate al piano terra e ovali avvolte in cartigli al mezzanino, la porta d'ingresso era preceduta da un grande arco arricchito di volute in stucco. L'attico era occupato da una balaustra su cui erano poste delle statue.
Il lato posteriore si sviluppava su tre piani poichè si trovava lungo il crinale della collina, un'altana originava dall'attico e permetteva di ammirare la vista sulle colline circostanti.
L'interno era decorato con stucchi di gusto barocco, gli Aloisi avevano una collezione di dipinti francesi esposta nei salotti.
Alla morte di Pompeo Aliotti (1949) e della moglie Federica di Florestano (1948) la villa passò in eredità al figlio Foloco, che la vendette nel 1955.
Nel 1956 la villa fu vergognosamente demolita per permettere la costruzione di alcune palazzine e della clinica Villa del Rosario.



Villa Mascagni




Villa Mascagni era una villa che si trovava in Via Po al n. 21 nel Quartiere Pinciano, oggi non più esistente.
Fu costruita nel 1909 per il compositore Pietro Mascagni su progetto dell'ingegnere Giovanni Sleiter dalla ditta di Angelo Giuseppe Rossellini.



Si trattava di un elegante edificio di quattro piani con cinque finestre sulla facciata principale, una bugnatura liscia rivestiva il pian terreno, le finestre del piano nobile erano architravate con un timpano spezzato contenente una nicchia, paraste corinzie decoravano le facciate superiori. Gli interni erano affrescati e caratterizzati da un susseguirsi di salotti, ricchi di quadri e opere d'arte. In un salotto si trovava il pianoforte con cui il maestro aveva composto la Cavalleria Rusticana.
Dal 1927 prese l'abitudine di dimorare all'Hotel Plaza in Via del Corso.
Nel 1936 Mascagni lasciò definitivamente il villino e andò ad abitare all'Hotel Plaza, dove visse fino al 1945, anno della morte.
Negli anni sessanta la villa fu barbaramente demolita per costruire la sede nazionale della CISL.

Santa Passera



Santa Passera è una Chiesa situata in Via di Santa Passera all'angolo col Vicolo di Santa Passera, nel Quartiere Portuense. Il nome di questa Chiesa suscita inevitabilmente una certa sorpresa e ilarità, oltre che curiosità, soprattutto perché una Santa con questo nome non risulta essere mai esistita. E la storia del nome di questa Chiesa è infatti più complesso.
L'origine della Chiesa risale al V Secolo e venne realizzata nel luogo in cui secondo la tradizione vennero fatti sbarcare i resti dei Santi di Alessandria Ciro e Giovanni. La Chiesa sorge infatti in un luogo estremamente vicino al Tevere che veniva, secondo diverse testimonianze, usato per diversi approdi. Legata ai resti dei due Santi, la Chiesa prese il nome di San Ciro o San Ciro e Giovanni: è infatti ricordata nei primi documenti come Sancti Abbacyri o Sancti Cyri et Iohannis. Nel 1317, tuttavia, la Chiesa è ricordata come "Sancta Pacera", da cui si è arrivati a Santa Passera. Ma come si è arrivati, di preciso, da San Ciro a Santa Passera? Si tratta di un lungo e laborioso caso di corruzione popolare del nome. La Chiesa di San Ciro era infatti chiamata Sant'Abbaciro come abbiamo visto, dovuto alla locuzione Abbas Cyrus (Padre Ciro): da qui si è dunque arrivati nel corso degli anni ad Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera e, infine, Passera.
A rendere ancora più confusa la situazione c'è poi il fatto che, per similitudine, ha voluta avvicinare la mai esistita Santa Passera a Santa Prassede e, per questo, si iniziò a festeggiare presso la Chiesa la memoria liturgica di quest'ultima Santa, celebrata il 21 Luglio.
Al di là delle vicende legate al nome, la Chiesa ha origini molto antiche, ma l'aspetto attuale risale al XIV Secolo, quando venne sopraelevata. L'aspetto attuale ricorda in parte il cenotafio di Annia Regilla, un monumento Romano che ha notevolmente influenzato numerose opere successive.
La Chiesa è strutturata su tre livelli: quello più alto rappresentato dalla Chiesa superiore, posta al livello sopra quello dell'Oratorio. Un terzo livello, posto in posizione ipogea, è invece quello della cripta.

Villa Testasecca




Villa Testasecca era una villa progettata da Marcello Piacentini e oggi demolita, si trovava nel vasto isolato compreso tra Via Saverio Mercadante, Via Giovanni Battista Pergolesi, Via Pietro Raimondi e Via Gerolamo Frescobaldi, nel Quartiere Pinciano.
Il Conte Vincenzo Testasecca decise di costruire una sontuosa villa nel Quartiere Sebastiani, ne affidò la progettazione al giovane Marcello Piacentini, che redasse un primo progetto nel 1915. Il sopraggiungere della guerra bloccò il cantiere, che fu ripreso solo nel 1919.
La grande villa aveva una pianta quadrangolare, la facciata occidentale aveva cinque finestre per tre piani, all'ultimo centralmente, si apriva una loggia con tre archi. Al piano nobile, la porta finestra del balcone centrale, sovrastata da un timpano curvilineo, era affiancata da due nicchie contenenti statue.
Due portici simmetrici si trovavano alle estremità dell'edificio.
La villa era arricchita di affreschi e stucchi.
Anche il giardino era molto curato, ricco di fontane, statue e balaustre.
Negli anni sessanta la Marchesa Rossi, la proprietaria, ne decise la demolizione per costruirvi un teatro. Fu dunque barbaramente demolita e, dopo essere stata venduta all'imprenditore Fernandes, al suo posto fu edificato l'Hotel Parco dei Principi.
Nel giardino dell'Hotel permangono alcune fontane originali della vecchia villa.


Villa Nobili




Villa Nobili era una villa costruita da Marcello Piacentini nel 1916 ed ora distrutta. Si trovava in Viale Parioli n. 40 nel tratto divenuto oggi Viale Liegi, compresa nel Quartiere Parioli, tra le odierne Via Montevideo e Via Lovanio.
Si trattava di un complesso costruito in stile rustico, tipico del dibattito architettonico degli anni dieci, come villa di campagna per Cleto Nobili.
Le soluzioni adottate dall'architetto anticipano in parte lo stile degli anni venti.
La facciata era tripartita, il corpo di fabbrica principale era avanzato e conteneva l'ingresso al pianterreno, tre finestre per i due piani superiori; era ornato da semplici bugne sulle spigolature, e terminava con una cimasa in cui era contenuta una nicchia con un busto.
I due corpi laterali erano occupati solamente da una finestra e si sviluppavano su due piani, terminando in un tetto a spioventi in coppi alla romana.
Nel 1920 lo stesso Piacentini realizzò sui terreni di Villa Nobili la palazzina di Viale Liegi n. 42, all'epoca ancora chiamata Viale dei Parioli.
La villa fu lottizzata a partire dal 1924 e sui terreni fu tracciata Via Montevideo.
Assediata completamente dalle nuove costruzioni, fu demolita alla fine degli anni trenta.

Villa Cavaglieri




Villa Cavaglieri era una villa costruita nel 1919 da Pio e Marcello Piacentini e si trovava in Via Po, angolo Via Tevere, nel Quartiere Pinciano.
La commissione fu affidata a Pio Piacentini ma il progetto, redatto nel 1914, risulta molto influenzato dal giovane Marcello, che vi introdusse richiami dello stille secessione, di cui era grande entusiasta.
Più che una villa si trattava quasi di una palazzina, era dotata di tre piani con otto finestre su Via Tevere e sei su Via Po.
Piccole bugne rustiche occupavano gli angoli dell'edificio e parte della facciata.
Sull'attico si apriva una edicola contenente una finestra ovale affiancata da due comignoli.
Un bel giardino occupava l'angolo posteriore dell'edificio.
La speculazione edilizia degli anni sessanta non ha lasciato traccia di questo capolavoro, al suo posto infatti oggi sorge un moderno edificio per uffici.

Villa San Francesco



Villa San Francesco è un convento situato nel Quartiere Pinciano di Roma, tra Via Gramsci, Via dei Monti Parioli e Viale Bruno Buozzi.
Su terreni appartenenti a Villa Witaker fu costruito nel 1927 per la Curia Francescana con progetto dell'ingegnere Luigi Bastianoni.
Il complesso è costituito da un grande blocco di quattro piani con pianta a ferro di cavallo che all'epoca si affacciava sull'area dei Monti Parioli ancora inedificata e su Villa Borghese.



Due massicce torri ottagonali, decorate da bugne angolari, cingono la facciata principale occupata da grandi paraste con capitello ionico e terminano con otto arcate sull'attico sostenenti un tetto a spioventi culminante in una sfera. Sui pilastrini della balaustra del coronamento sono presenti quattro grandi vasi per ogni lato.
Il vasto giardino affaccia su Viale Bruno Buozzi attraverso un terrazzamento.
Nei primi anni di vita funzionò anche come pensionato per turisti e pellegrini
Dal 1980 il convento è la Casa Generalizia delle Suore Serve di Gesù della Carità, fondate da Santa Maria Josefa, ed ospita anche una casa di riposo per anziane.

Via della Fermata Ostiense


Via della Fermata Ostiense era una strada del Quartiere Ostiense, corrispondente all'attuale Via della Stazione Ostiense. La via venne istituita nel 1920, quando lungo la ferrovia si venne a creare una piccolissima stazione del treno chiamata "Fermata Ostiense", perché appunto era poco più che una fermata coperta del treno. La strada si diramava dall'Ostiense per raggiungere questa stazione.
Negli anni '30, la fermata Ostiense venne implementata e anche la via cambiò nome in Via della Stazione Ostiense.

Via del Tiro delle Barche

La Via del Tiro delle Barche - individuabile nella strada che costeggia il Tevere - in una mappa del 1870
Via del Tiro delle Barche era una strada del Quartiere Portuense, corrispondente grossomodo all'attuale Riva di Pian Due Torri. La strada costeggiava dunque il Tevere lungo l'ansa di Pian Due Torri, e doveva il nome al fatto che qui avvenivano attività di tiro delle barche, come è anche nota la pratica dell'alaggio, ovvero il traino di un'imbarcazione da una postazione sulla terraferma, postazione che era proprio la Via del Tiro delle Barche, vista la sua posizione vicina al Tevere e funzionale a questa pratica.
Nel 1937 la strada venne sostituita dall'odierna Riva Pian Due Torri.

Strade scomparse del Quartiere Parioli

A seguire un elenco delle strade del Quartiere Parioli oggi non più esistenti. Per le strade attualmente esistenti del quartiere, rimandiamo a quest'altro elenco.

Via Silvano Abba

Via della Scala


Via della Scala è una strada del Rione Trastevere, compresa tra Piazza di Sant'Egidio e Via Garibaldi. Le origini di questa strada risalgono al XVI Secolo quando in una casa che si trovava lungo questa strada una levatrice di nome Cornelia iniziò a pregare di fronte a un'Immagine della Madonna che si trovava sotto a una scala. In quel momento sua figlia, nata muta, iniziò a parlare.
L'evento fu visto come un miracolo e questa zona divenne oggetto di pellegrinaggi da tutta Roma, tanto che Papa Clemente VIII decise di costruirvi una Chiesa, Santa Maria della Scala, che si trova in Piazza della Scala, una piazza che si trova lungo Via della Scala. Queste sono le ragioni che hanno portato alla nascita di questo nome per questa strada.
Lungo la strada vi è un Edicola Sacra risalente al XIX Secolo e vi sono molti edifici degni di nota. Oltre a una casa della Confraternita dell'Orto, sono visibili i resti di un portico medievale e una casa del XVII Secolo. Altro palazzo degno di nota è quello degli Stabilimenti Spagnoli.
La strada è oggi un asse pedonale molto percorso, perché collega Santa Maria in Trastevere a Via di Santa Dorotea da cui si può raggiungere poi Ponte Sisto.

Via Silvano Abba

Via Silvano Abba è una strada non più esistente che si trovava nel Quartiere Parioli, nell'area del Villaggio Olimpico. Essa venne istituita formalmente nel 1960, in vista delle Olimpiadi, quando venne realizzata la rete stradale tra il nuovo Villaggio Olimpico e le vicine strutture sportive appena realizzate come lo Stadio Flaminio e il Palazzetto dello Sport, dedicandole ai Paesi che prendevano parte alle Olimpiadi e a grandi atleti e sportivi della storia. Tra questi fu ricordato anche Silvano Abba, pentatleta vincitore di una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Berlino del 1936, poi inviato militare in Russia nella Seconda Guerra Mondiale e morto nel 1942 nella carica di Isbuscenskij. Venne insignito della Medaglia d'Oro al Valore Militare.
Nel 1998 quest'area fu interessata dalla realizzazione dell'Auditorium - Parco della Musica, che portò alla soppressione delle strade che sorgevano nell'area destinata alla nuova struttura. Venne dunque soppressa parte di Via Dorando Pietri e l'intera Via Silvano Abba, che così cessò di esistere. A Silvano Abba non sono per il momento state dedicate altre strade.

La mappa allegata al verbale della soppressione di Via Silvano Abba ci mostra precisamente la sua collocazione

Via Lucio Sergio Catilina

Cicerone accusa Catilina, affresco di Cesare Maccari del 1880
Via Lucio Sergio Catilina è una strada che sarebbe dovuta esistere nel Quartiere Tuscolano, partendo da Via Scribonio Curione senza uscita. Tuttavia, nonostante la strada sia stata formalmente proposta e inserita regolarmente nella delibera sulla toponomastica nel 1965, essa venne due mesi dopo esclusa dal gruppo di strade approvato su segnalazione della Società Romana di Storia Patria. A latere di detto verbale è infatti presente una successiva delibera della Prefettura che ritiene esclusa tale intitolazione.
L'annotazione a margine del verbale del 1965 in cui si sconsiglia di dedicare una strada a Catilina
Sulla figura del senatore romano Catilina (Roma 108 avanti Cristo - Pistoia 62 avanti Cristo) pesavano ancora le accuse di congiura mosse contro di lui da Marco Tullio Cicerone, che lo portarono poi a morire da ribelle nella battaglia di Pistoia. Su Catilina la toponomastica si è comportata in maniera simile a quanto avvenuto con Marco Antonio, che non a caso non ha una strada a lui dedicata a Roma. Nel caso di Catilina, tuttavia, si è andati molto vicini a dedicargli una strada, come abbiamo visto.

Via Enrico Pallini

Via Enrico Pallini è una strada del Quartiere Portuense, compresa tra Via Pietro Frattini e Via Pietro Maroncelli. La vicenda toponomastica di questa strada è molto travagliata, e inizia nel 1887, quando vennero dati i nomi delle strade del nuovo Quartiere di San Cosimato e vennero dedicate a figure del Risorgimento e della Repubblica Romana, tra cui Enrico Pallini. Tale quartiere, tuttavia, vide la realizzazione interrotta e in piccola parte alterata per via della crisi edilizia che colpì Roma alla fine del XIX Secolo.
Nonostante questo, la strada rimase formalmente istituita, al punto che nel 1920 si volle puntualizzare il suo nome, originariamente Via Pallini, in Via Enrico Pallini.
L'area identificata per Via Enrico Pallini nel 1935 in una mappa del 1943
Nel 1935, tuttavia, la strada esisteva de iure ma non de facto: era formalmente istituita ma non era stata edificata. Si decise perciò di attribuirla a una nuova strada del Quartiere Gianicolense, compresa tra Piazzale dei Quattro Venti e Piazza Stefano Canzio. Tuttavia, anche la nuova collocazione vide vicende urbanistiche non proprio lineari: la parte del Quartiere Gianicolense nota come Monteverde vide a partire dagli anni '30 uno sviluppo non sempre regolare, interrotto anche dalla Seconda Guerra Mondiale, che porta ancora oggi a visibili complessità urbanistiche in un quadro apparentemente unitario. Anche questa volta, Via Pallini pur esistendo formalmente non esisteva fisicamente.
Nel 1958, dopo 71 anni di esistenza negli atti comunali ma non nella città, il nome di Via Enrico Pallini fu finalmente attribuito a una nuova strada - l'attuale - nel Quartiere Portuense, ponendo fine all'insolita vicenda.

Stazione di Roma Porta San Paolo




La stazione di Porta San Paolo è il capolinea di Roma della linea ferroviaria Roma Lido, in origine Roma Ostia Mare, situata in Piazzale Ostiense, nel Quartiere Ostiense.
Fu progettata da Marcello Piacentini nel 1920, dopo aver vinto il concorso per entrambe le stazioni di testa della nuova linea in costruzione, una a Roma, l'altra ad Ostia.
Il giovane architetto adottò una sintesi tra il linguaggio stilistico della secessione viennese, che ammirava particolarmente, con quello rurale italico, che stava caratterizzando il dibattito architettonico di quegli anni, e la monumentalità classica.
Le due stazioni erano pressoché identiche, avendo la stessa pianta, differivano solo per il coronamento: mentre quella di porta San Paolo era sormontata da un timpano, quella di Ostia terminava con un'architrave orizzontale raccordato da volute e sormontato da una torretta su cui era posto un orologio.
I lavori di costruzione iniziarono il 28 Gennaio 1921, riguardarono prima il fabbricato viaggiatori, furono poi estesi alle banchine con la successiva costruzione delle pensiline. Il pittore Giulio Rosso intanto provvedeva a decorare le pareti dell'atrio della biglietteria.

Il cantiere della stazione nel 1922

Il 10 Maggio 1922 il primo ministro Giovanni Giolitti visitò il cantiere della stazione arrivato a buon punto. Nel giugno del 1923 l'ente SMIR (Sviluppo Marittimo e Industriale  di Roma), che aveva in carico la realizzazione della linea ferroviaria e delle stazioni, fu liquidato e i lavori furono sospesi fino al 1924, anno in cui furono ripresi dalla SEFI (Società Elettro Ferroviaria Italiana). Le due stazioni erano comunque complete, mancavano solo l'armamento e la linea aerea elettrica.

Il fabbricato viaggiatori in costruzione nel 1923

Molte furono le innovazioni appotate da Piacentini nella progettazione della stazione: l'altezza delle banchine allo stesso livello dei treni, la mancanza di un settore per le partenze e uno per gli arrivi, la biglietteria unificata e la costruzione delle pensiline in cemento armato, le prime della storia Italiana.

La stazione di Porta San Paolo nella pianta IGM del 1924

La stazione ospitava dodici binari disposti a coppie, di cui sei arrivavano fino al fabbricato viaggiatori coperti dalle quattro pensiline.
Con l'arrivo della SEFI furono rapidamente conclusi gli ultimi ritocchi quali l'installazione dell'orologio nel tondo apposito, e la realizzazione della scritta SOCIETÀ ELETTRO FERROVIARIA ITALIANA, e sotto FERROVIA ROMA-OSTIA nel timpano. L'inaugurazione della nuova linea ferroviaria fucelebrata il 10 agosto 1924 da Mussolini in persona, che si recò in treno ad Ostia Mare e prese parte al ricevimento svoltosi allo stabilimento Roma.


Nonostante i terribili bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che colpirono anche parte della stazione, i danni furono minimi ed oggi, dopo un restauro filologico eseguito nel 1995, è tornata al suo splendore originario.



La facciata su Piazzale Ostiense è caratterizzata da un avancorpo contenente il'ampio portico sostenuto da quattro pilastri quadrangolari in stile secessione con la base in travertino bugnato decorato da sfere a terra. Ai lati dell'ingresso vi è un'unica grande finestra al pian terreno, mentre in quello superiore la facciata subisce una rientranza, le pareti sono decorate ad intonaco rustico, in basso invece sono contornate da una fascia in travertino a bugnato.

Particolare del portico della stazione

Sopra al portico dei semplici riquadri conducono al cornicione sormontato dal grande timpano che ospita l'orologio. Il tetto è a spioventi in coppi alla romana.



L'interno è occupato dal grande atrio monumentale, con soffitto a cassettoni in stucco, su cui si affaccia la biglietteria, dotata un'ampia volta a botte decorata a riquadri esagonali, di ispirazione classica. Sulla parete di fondo si apre una grande finestra semicircolare che affaccia sui binari.
La biglietteria originale, in noce e di aspetto mistilineo, è stata perduta, sostituita da una di forme più semplici nel 1996. Il pavimento è rivestito di fasce di marmo bianco e nero alternate in motivi regolari ad angoli acuti.
Le decorazioni interne furono ispirate a temi di ambientazione marina che rimandavano alla destinazione cui portava la ferrovia.
Sulla cornice modanata del soffitto si appoggiano granchi di stucco, il grande arco che sovrasta la biglietteria è decorato da una fascia di stucco che rappresenta una rete da pesca su cui si trovano dei medaglioni contenenti conchiglie, polipi, pesci e crostacei.



Le pareti sono occupate da splendide decorazioni a graffito eseguite dal pittore Giulio Rosso nel 1922 e restaurate nel 1995. Il giovane artista fiorentino si era da poco trasferito a Roma, e aveva lavorato alle decorazioni pittoriche e a graffito del quartiere Coppedè, conosciuto Marcello Piacentini, iniziò con lui una collaborazione che durò molti anni.
Si tratta di quindici graffiti a stucco bicromo di cui undici sono nell'atrio e quattro nei corridoi che portano ai binari.



Il largo pannello sopra l'ingresso rappresenta Nettuno contornato da animali marini e putti che portano ceste colme di frutta e pesci. Sopra le porte d'ingresso laterali sono raffigurati una Nereide su Pistrice, un mostro marino, e il fratello Nerite, che gioca con una creatura marina.



Le pareti laterali sono occupate da  raffigurazioni di due pescatori in piedi, con una sirena intrappolata in una rete, sul lato sinistro e seduti, uno dormiente e l'altro con un pesce infilzato nell'asta, sul lato destro. Quattro riquadri più piccoli completano le decorazioni dell'atrio, vi sono raffigurati dei putti: in uno tengono una rete piena di pesci, in un'altro portano un pescespada, un'altro ancora in cui portano modelli di navi, nell'ultimo sfruttano il vento tenendo con le mani una vela annodata alla caviglia.
Nei due corridoi che conducono ai binari si trovano quattro pregevoli grandi graffiti.
Nel corridoio di sinistra sono raffigurate tre sirene che fuggono tra i flutti dall'aurora, rappresentata da un putto che sorregge una torcia.



Sull'altra parete tre ragazze, stese su tre navi a vela, navigano sospinte dai venti, in un mare pieno di pesci.



Nel corridoio di destra, da un lato, una sirena fugge inseguita da un tritone, dall'altro un tritone sostiene una grande conchiglia piena di frutti di mare, accompagnato da piccoli tritoni.

Via Paola Falconieri


Via Paola Falconieri è una strada situata nella parte del Quartiere Gianicolense nota come Monteverde e compresa tra Piazza di Donna Olimpia e Piazza Madonna della Salette. L'origine della strada risale al 1935, quando vennero formalmente istituite una serie di nuove strade da realizzare lungo il sinuoso percorso della Circonvallazione Gianicolense che, per la vicinanza con gli ospedali della zona, si decise di dedicare a figure benemerite che avevano contribuito a istituzioni ospedaliere. Paola Falconieri nello specifico fu una nobildonna romana che si distinse per opere filantropiche.
Come dimostra una mappa dell'Istituto Geografico Militare del 1950, la strada in quell'anno risultava in parte tracciata ma ancora non costruita, a testimonianza della complessità urbanistica della zona di Monteverde soprattutto in alcune sue aree. Nel 1963, mentre era in costruzione la Chiesa di Nostra Signora della Salette (fu terminata poco dopo, nel 1965), la Piazza Principessa di Sarsina cambiò nome in Piazza Madonna della Salette, cambiando la delimitazione di Via Paola Falconieri - che arrivava alla Piazza Principessa di Sarsina - in quelli attuali.

Targa in memoria di Candido Manca


La targa in questione si trova nell'androne di uno dei palazzi di Via Chiana angolo Via Benaco, nel Quartiere Trieste, e ricorda Candido Manca (Dolianova 1907 - Roma 1944), brigadiere dell'Arma dei Carabinieri che dopo l'8 Settembre 1943 aderì al fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri noto come Banda Caruso e, dopo essere stato arrestato dalle truppe della Germania nazista, venne ucciso nell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Casali del Quartiere Portuense

Casali Ciccarelli, in Via Amedeo Avogadro

Casali di Roma

Casali nel Quartiere Portuense

Depositi autoferrotranviari

Ex deposito ATAC San Paolo, in Via Alessandro Severo

Targa in memoria dei Martiri delle Foibe


La targa in questione si trova in Piazza Dalmazia, nel Quartiere Trieste, e ricorda i martiri delle Foibe, ovvero gli Italiani uccisi dai partigiani iugoslavi in Istria e Dalmazia al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Casali Ciccarelli


I Casali Ciccarelli, o Ceccarelli, sono dei casali risalenti al XIX Secolo situati in Via Amedeo Avogadro, nella parte del Quartiere Portuense nota come Marconi.
Le prime testimonianze di questi casali risalgono al Catasto Pio-Gregoriano del 1818, quando essi sono indicati come edificati all'interno di una vigna di proprietà della Chiesa di San Crisogono a Trastevere concessa in enfitausi a Orazio Gazzanini. Dal 1870, invece, i due casali sono noti con il nome di Casali Ciccarelli, dal nuovo proprietario.
L'accesso ai casali, in questo periodo in cui il Piano di Pietra Papa - come era nota la pianura dove ora sorge il quartiere di Viale Marconi - era una zona di campagna, avveniva tramite il Vicolo di Pietra Papa, una lunga e tortuosa strada che in piccola parte conserva ancora questo nome.
I Casali Ciccarelli in una mappa del 1870
Il nucleo originale dei casali, ancora riconoscibile, ha visto nel XIX aggiungersi accanto una nuova struttura e di fronte altre due, ancora visibili, posti in posizione tra di loro e risalenti al XX Secolo che facevano sempre parte di questa proprietà. 
Nel XX Secolo la zona inizierà ad avere uno sviluppo industriale, con la realizzazione vicina di numerose fabbriche, tra cui la Mira Lanza. Forse anche per questa ragione negli anni '30 i casali Ciccarelli videro un ulteriore sviluppo, con la realizzazione di nuove strutture vicine, oggi non più esistenti.

Il grande sviluppo della zona di Viale Marconi avvenuto soprattutto negli anni '50 portò alla perdita di importanza di questi casali, sempre più isolati in un quartiere ad altissima densità abitativa, tanto da rimanere in uno stato di abbandono. Essi rimasero così allo stato di ruderi, a poca distanza dall'archeologia industriale della zona, costituendo così un vuoto urbano al fianco del vivace quartiere Marconi.
All'inizio degli anni 2000, tuttavia, in questa zona iniziò una riqualificazine che ha portato tra le altre cose alla nascita del Teatro India. Anche i Casali Ciccarelli vennero dunque riqualificati adeguatamente e trasformati in strutture alberghiere con il nome di Borgo Papareschi.

Altri siti che ne parlano:
Borgo Papareschi - sito dell'albergo
Borgo Papareschi e Casali Ceccarelli - Video sul gruppo Facebook Marconi Perduta 
Casali Ciccarelli - in Arvalia Storia
Casali Ciccarelli - in Info Roma

Via dell'Arco di San Calisto


Via dell'Arco di San Calisto è una strada del Rione Trastevere compresa tra Piazza di San Calisto e Piazza di Santa Rufina. La strada originariamente aveva il nome di Via di San Calisto, ma nel 1911 si decise di cambiarlo: l'arco citato nel toponimo è quello che collega il Palazzo Cavalieri (che si affaccia su Piazza di Santa Maria in Trastevere) al Palazzo Farinacci.
In questa strada è presente un'Edicola Sacra situata un un particolare edificio che è noto per essere ritenuto la più piccola casa di Trastevere.
Nella strada si trova inoltre il ristorante Arco di San Calisto.

Ex deposito ATAC San Paolo


L'ex deposito ATAC San Paolo si trova in Via Alessandro Severo all'angolo con Via della Collina Volpi, nel Quartiere Ostiense. L'origine di questa struttura risale al 1928, quando venne realizzato con il nome di Deposito del Littorio per ospitare le prime vetture elettrificate tranviarie che iniziarono a raggiungere in quegli anni la Basilica di San Paolo.



In quegli anni, il confine meridionale di Roma era grossomodo al Gazometro: oltre iniziava a essere costruita la Garbatella e andando ancora più a Sud la Basilica di San Paolo rappresentava il punto d'attrazione più meridionale che non fosse lontano dall'abitato di Roma. Per questa ragione nella storia del trasporto pubblico San Paolo, che potremmo definire "lontana ma non troppo" rispetto alla Roma urbanizzata del tempo, era sempre stata un importante punto di riferimento nonché uno snodo strategico. Oggi rappresenta invece una zona più che consolidata dell'abitato, e questa considerazione può sembrare strana.
La rimessa sul lato di Via della Collina Volpi
La costruzione della Garbatella portò negli anni '20 alla realizzazione di nuove linee tranviarie nell'area dell'Ostiense, che contribuirono alla necessità di realizzare in quest'area una rimessa per il trasporto pubblico. Tale struttura venne dunque realizzata - nel consueto stile eclettico in voga all'epoca - ai piedi dei Colli di San Paolo, nell'area di Via di Grotta Perfetta - strada che all'epoca arrivava fino alla Via Ostiense all'altezza di San Paolo - sull'attuale Via Alessandro Severo, all'angolo con l'attuale Via della Collina Volpi.

Madonna col Bambino su un muro della rimessa

La presenza della rimessa contribuì sicuramente allo sviluppo della zona dei Colli di San Paolo e della Collina Volpi, dove all'epoca esisteva un insediamento abitato lontano dalla città urbanisticamente consolidata.



Seppur con la riforma tranviaria del 1930 il capolinea della Basilica di San Paolo passò da essere servito da ben sette linee del tram a una sola, la rimessa rimane strategicamente importante per il trasporto pubblico romano e per i tram che servono invece la Garbatella.




La forte limitazione dei tram a Roma e in particolare in questo quadrante porteranno alla costante riduzione dell'utilizzo per mezzi tranviari della rimessa, che venne quindi usate principalmente per gli autobus fino al 2000, anno della sua chiusura. Da quel momento, come per altri edifici dello stesso tipo, sono arrivate diverse proposte di riutilizzo, che al momento non hanno avuto seguito concreto: il deposito attualmente risulta infatti inutilizzato.

Roma nella Divina Commedia

Dante e il suo poema, Domenico Michelino, Santa Maria del Fiore, Firenze
La Divina Commedia di Dante Alighieri è senza ombra di dubbio una delle maggiori opere della letteratura italiana. Il poema, diviso in tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso) di 33 canti ciascuna (34 nel caso dell'Inferno, essendo il primo una sorta di proemio), è basato sul viaggio immaginario del Sommo Poeta attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, in cui incontra un gran numero di personaggi del passato con cui interloquisce.

Il racconto di tale viaggio rappresenta dunque un poema allegorico-didascalico che permette a Dante di parlare della sua visione del mondo e della politica del suo tempo (con non poche invettive: non dimentichiamo che Dante venne esiliato dal governo di Firenze).

In questo contesto, aspramente critico verso un'Italia divisa e che non riesce a individuare una propria guida, Roma, capitale del Papato ma privata del Papa per la cattività avignonese (per quanto l'opera sia ambientata nel 1300, quando il Papa era a Roma, viene scritta decenni dopo, durante la cattività avignonese), nonché città italiana più ricca di storia e più rappresentativa, viene citata un notevole numero di volte.

Andiamo allora a vedere quali sono le occasioni in cui Dante parla di Roma e perché.

Inferno

Canto II:

non pare indegno ad omo d’intelletto; 
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero 
ne l’empireo ciel per padre eletto:

In questi versi Dante parla di come solo pochi eletti abbiano potuto viaggiare da vivi nel mondo dei morti, e tra di loro cita Enea e San Paolo. Proprio Enea è citato come il padre "de l'alma Roma", la città che, scrive, sarà poi sede del Seggio di San Pietro. Proprio nel suo viaggio nell'Ade e nei Campi Elisi, Enea riceve la profezia che i suoi discendenti contribuiranno a fondare una città che contribuirà a permettere a molti popoli di avere gloria nelle arti e nelle scienze, popolo che Roma governerà.

Canto XIV:

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 
che tien volte le spalle inver’ Dammiata 
e Roma guarda come suo sveglio.

In quest'altra citazione di Roma, Dante parla in realtà dell'isola di Creta, dove su un monte - il monte Ida - è presente la statua di un vecchio da cui escono lacrime che, scavando nella roccia, scendono verso gli inferi creando così i fiumi infernali. Il racconto del vecchio ricalca il sogno di Nabucodonosor, di cui si parla nell'Antico Testamento in Daniele 31-33.

Roma potrebbe apparentemente essere citata casualmente, ma è interessante come sia citata in coppia con Damietta, città egiziana sulla foce del Nilo, nel parlare di un isola greca: sembra quasi che Dante stia creando una sorta di itinerario tra alcuni dei luoghi principali delle antiche civiltà, ma è anche un luogo chiave della mitologia classica, visto che il Monte Ida era ritenuto sacro a Rea, madre dei primi dei della religione greca classica tra cui Zeus.

Canto XVIII

come i Roman per l’essercito molto, 
l’anno del giubileo, su per lo ponte 
hanno a passar la gente modo colto, 

che da l’un lato tutti hanno la fronte 
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; 
da l’altra sponda vanno verso ’l monte. 

Nel descrivere il modo in cui i peccatori transitavano, Dante fa un paragone con l'incredibile afflusso di persone che si recarono a Roma per il Giubileo del 1300, costringendo a creare due sensi di marcia per i pedoni su Ponte Sant'Angelo, ponte storicamente strategico per i pellegrinaggi verso la Basilica di San Pietro. Viene inoltre citato Castel Sant'Angelo, trovandosi proprio accanto al ponte, mentre il "monte" citato è Monte Giordano, che si trova sulla sponda opposta del ponte.

Canto XXV

Lo mio maestro disse: "Questi è Caco, 
che, sotto ’l sasso di monte Aventino, 
di sangue fece spesse volte laco. 

Nel girone in cui Dante incontra i ladri incontra anche il gigante Caco, che secondo la mitologia commise numerose rapine e che terrorizzava chi passava dall'Aventino, finché non venne sconfitto da Ercole. Nel citare la sua storia, è quindi citato anche il colle Aventino.

Canto XXVII

Lo principe d’i novi Farisei, 
avendo guerra presso a Laterano, 
e non con Saracin né con Giudei, 

ché ciascun suo nimico era cristiano, 
e nessun era stato a vincer Acri 
né mercatante in terra di Soldano; 

In questo canto Dante incontra Guido da Montefeltro che lancia un'invettiva che non lascia immune Papa Bonifacio VIII, verso il quale Dante non nasconde mai le antipatie in tutta l'opera. Definito come principe dei nuovi Farisei, Bonifacio VIII viene criticato perché non ha come nemici le altre religioni (all'epoca la guerra di religione era un fatto normale), ricordando anche la sconfitta dei crociati a San Giovanni d'Acri, ma si trovava in una guerra interna al Laterano (all'epoca sede del Papa), da intendersi come contro altri Cristiani.


Purgatorio

Canto VI:

Vieni a veder la tua Roma che piange 
vedova e sola, e dì e notte chiama: 
«Cesare mio, perché non m'accompagne?».

I canti sesti delle tre cantiche rappresentano i tre canti politici per eccellenza della Divina Commedia. In questo, nello specifico, Dante lancia la celebre invettiva che inizia con "Ahi serva Italia, di dolore ostello", in cui parla della condizione dell'Italia.

Questa frase dedicata a Roma (cui abbiamo dedicato un approfondimento a sé stante), si basa sul fatto che Roma, città più rappresentativa dell'Italia, capitale dell'Impero Romano, si trovava senza un'autorità. Per quanto ambientata nel 1300, la Divina Commedia fu scritta diversi anni dopo, quando il Papa era stato trasferito provvisoriamente ad Avignone, mentre l'Imperatore del Sacro Romano Impero era preso dalle lotte politiche in Germania e trascurava l'Italia. Questo porta Dante a definire Roma "Vedova e sola", e a farle chiedere "Cesare mio, perché non m'accompagne?".

Canto XVI:

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, 
due soli aver, che l’una e l’altra strada 
facean vedere, e del mondo e di Deo.

A parlare nel XVI Canto è Marco Lombardo, cortigiano del XIII Secolo incontrato da Dante e Virgilio e con cui parlano del tema del libero arbitrio. In questo discorso parla di come una volta Roma aveva "due soli" (questo era il nome della teoria dell'epoca per cui Papa e Imperatore dovevano essere le due massime autorità ma distinte tra di loro), il Papa e l'Imperatore, proprio quella Roma che ha costruito il mondo virtuoso. In quel momento, tuttavia, l'autorità, per le ragioni già viste - cattività Avignonese da un lato, Imperatori impegnati nelle faccende tedesche dall'altro - non veniva attuata. "Rugumar può, ma non ha l'unghie fesse", scrive Dante riguardo la situazione del Papa, che in quel momento non era in condizione di poter mettere in atto tale potere sull'Italia per le ragioni già elencate.

Canto XXIX:

Non che Roma di carro così bello 
rallegrasse Affricano, o vero Augusto, 
ma quel del Sol saria pover con ello;

Nel Paradiso Terrestre, dante incontra un sontuoso carro sostenuto da un grifone, che rappresenta l'ascesa della Chiesa nella storia umana. Per sottolinearne la bellezza, Dante lo paragona a quelli dei grandi condottieri Romani - Scipione l'Africano, Augusto - e al carro del Sole.

Canto XXXII:

Qui sarai tu poco tempo silvano; 
e sarai meco sanza fine cive 
di quella Roma onde Cristo è romano.

A parlare in questa occasione è Beatrice, che annuncia a Dante che dopo la morte potrà raggiungerla in Paradiso. Per parlare del Paradiso, lo definisce "Quella Roma onde Cristo è Romano": un concetto molto simile a quello della "Gerusalemme Celeste".

Paradiso

Canto VI:

Poscia che Costantin l’aquila volse 
contr’al corso del ciel, ch’ella segio 
dietro a l’antico che Lavina tolse, 

cento e cent’anni e più l’uccel di Dio 
ne lo stremo d’Europa si ritenne, 
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; 

e sotto l’ombra de le sacre penne 
 governò ‘l mondo lì di mano in mano, 
 e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 

Cesare fui e son Iustiniano, 
che, per voler del primo amor ch’i’ sento, 
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento, 
una natura in Cristo esser, non più, 
 credea, e di tal fede era contento; 

ma ‘l benedetto Agapito, che due 
sommo pastore, a la fede sincera 
mi dirizzò con le parole sue. 

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, 
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi o
gni contradizione e falsa e vera. 

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 
a Dio per grazia piacque di spirarmi 
 l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi; 

e al mio Belisar commendai l’armi, 
cui la destra del ciel fu sì congiunta, 
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. 

Or qui a la question prima s’appunta 
la mia risposta; ma sua condizione 
mi stringe a seguitare alcuna giunta, 

perché tu veggi con quanta ragione 
si move contr’al sacrosanto segno 
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone. 

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno 
 di reverenza; e cominciò da l’ora 
 che Pallante morì per darli regno. 

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora 
per trecento anni e oltre, infino al fine 
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. 

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine 
al dolor di Lucrezia in sette regi, 
vincendo intorno le genti vicine. 

Sai quel ch’el fé portato da li egregi 
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 
incontro a li altri principi e collegi; 

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi 
ebber la fama che volontier mirro. 

Esso atterrò l’orgoglio de li Arabi 
che di retro ad Annibale passato 
 l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. 

Sott’esso giovanetti triunfaro 
Scipione e Pompeo; e a quel colle 
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. 

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle 
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il colle. 

E quel che fé da Varo infino a Reno, 
Isara vide ed Era e vide Senna 
 e ogne valle onde Rodano è pieno. 

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna 
e saltò Rubicon, fu di tal volo, 
 che nol seguiteria lingua né penna. 

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, 
 poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse 
 sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. 

Antandro e Simeonta, onde si mosse, 
rivide e là dov’Ettore si cuba; 
 e mal per Tolomeo poscia si scosse. 

Da indi scese folgorando a Iuba; 
 onde si volse nel vostro occidente, 
 ove sentia la pompeana tuba. 

Di quel che fé col baiulo seguente, 
 Bruto con Cassio ne l’inferno latra, 
 e Modena e Perugia fu dolente. 

 Piangene ancor la trista Cleopatra, 
 che, fuggendoli innanzi, dal colubro 
 la morte prese subitana e atra.  

Con costui corse infino al lito rubro; 
 con costui puose il mondo in tanta pace, 
 che fu serrato a Giano il suo delubro. 

 Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face 
 fatto avea prima e poi era fatturo 
 per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 

 diventa in apparenza poco e scuro, 
 se in mano al terzo Cesare si mira 
 con occhio chiaro e con affetto puro; 

 ché la viva giustizia che mi spira, 
 li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, 
 gloria di far vendetta a la sua ira. 

 Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: 
 poscia con Tito a far vendetta corse 
 de la vendetta del peccato antico. 

 quando il dente longobardo morse 
 la Santa Chiesa, sotto le sue ali 
 Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Riportiamo una lunga parte del VI Canto del Purgatorio, anch'esso politico, in cui l'Imperatore Bizantino Giustiniano parla a lungo della storia di Roma per poi collegarsi alle vicende delle lotte tra Guelfi e Ghibellini che colpivano l'Italia dell'epoca di Dante. Il testo è comprensibile e didascalico, e dopo aver parlato delle imprese di Giustiniano - il Corpus Iuris Civilis, l'abbandono dell'eresia monofisita grazie al Papa Agapito, la spedizione a Occidente di Belisario, egli ripassa in rassegna la storia di Roma e dell'Impero, dalla vittoria di Roma su Alba Longa fino alla vittoria di Carlo Magno sui Longobardi.

Canto IX:

Ma Vaticano e l’altre parti elette 
di Roma che son state cimitero 
a la milizia che Pietro seguette, 

tosto libere fien de l’avoltero». 

In questo canto Dante lancia un'invettiva contro parte della Chiesa che, a suo parere, ha dimenticato Nazareth, dove l'Arcangelo Garbiele si recò da Maria per l'Annunciazione, dando peso a suo avviso eccessivo alle ricchezze terrene. Tuttavia, ritiene che tale profanazione a breve verrà meno a Roma e nei luoghi dove i primi martiri seguirono l'esempio di San Pietro, quindi a Roma e al Vaticano, dove San Pietro venne sepolto dopo il martirio, avvenuto nel vicino Gianicolo.

Canto XXVII:

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’io concipio;

Nel XXVII canto del Paradiso Dante incontra San Pietro, primo Papa (e come tale primo Vescovo di Roma) nonché Patrono di Roma insieme a San Paolo. San Pietro cita ovviamente Roma, e lo fa nell'opera di Dante dopo una critica alla cattività avignonese, annunciando l'arrivo della Provvidenza Divina, la stessa che difese Roma al tempo di Scipione.

Canto XXXI:

Se i barbari, venendo da tal plaga 
che ciascun giorno d’Elice si cuopra, 
rotante col suo figlio ond’ella è vaga, 

veggendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;

Nell'Empireo Dante incontra i Beati dell'Antico e del Nuovo Testamento. Qui paragona il suo stupore nel raggiungere il Paradiso a quello dei barbari che dalle terre del Settentrione raggiungevano Roma e ammiravano i monumenti e il Laterano, che Dante ritiene la più alta opera al mondo.

Qual è colui che forse di Croazia 
viene a veder la Veronica nostra, 
che per l’antica fame non sen sazia, 

ma dice nel pensier, fin che si mostra: 
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, 
or fu sì fatta la sembianza vostra?’;

tal era io mirando la vivace 
carità di colui che ‘n questo mondo, 
contemplando, gustò di quella pace.

Sempre nel XXXI Canto, Dante incontra San Bernardo da Chiaravalle, e nell'ammirare la carità del Santo si paragona a un pellegrino che venuto - pone - dalla Croazia, arriva nella Basilica di San Pietro e ammira il Velo della Veronica.

Targa in memoria dell'Acqua Pia Marcia


La targa in questione si trova in Via Eleniana, nel Rione Esquilino, e ricorda il ripristino nella zona dell'Acqua Marcia. La targa, scritta in latino e posta in un'edicola monumentale, ricorda i diversi passaggi storici di questo acquedotto, mettendoli spesso in relazione a eventi storici. Parte appunto dalla creazione di questo acquedotto "tre anni dopo la distruzione di Cartagine" - con riferimento alla vittoria Romana nelle Guerre Punitche - da Quinto Marcio, "restaurata due anni prima che la Capitale d'Italia venisse liberata", con riferimento al ripristino dell'acquedotto da parte del Papa Beato Pio IX Mastai Ferretti (1846-1878) nel 1868, due anni prima dell'annessione di Roma al Regno d'Italia, la targa celebra l'arrivo di nuova acqua all'acquedotto in grande abbondanza "cinque anni dopo la caduta dell'Impero Austriaco", e quindi della vittoria Italiana nella Prima Guerra Mondiale.
Negli anni successivi, in quest'area venne realizzato un serbatoio dell'Acqua Pia Marcia.

Targhe commemorative nella Zona Acilia Nord

A seguire, suddivise per strada (elencate in ordine alfabetico), trovate l'elenco delle targhe commemorative presenti nella Zona Acilia Nord.

Piazza del Capelvenere
- Targa in memoria di Lido Duranti

Targa in memoria di Lido Duranti


La targa in questione si trova in Piazza del Capelvenere, nella zona Acilia Nord, e ricorda l'antifascista Lido Duranti (1919-1944), ucciso nell'eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 Marzo 1944.

Targa in memoria di Federico Fellini


La targa in questione si trova presso il Teatro 5 degli studi cinematografici di Cinecittà, nel Quartiere Don Bosco, e ricorda il grande regista Federico Fellini (Rimini 1920-Roma 1993), che usò il Teatro 5 per girare numerosi tra i suoi film.

Targa in memoria di Ugo Fantozzi


La targa in questione si trova in Viale Castrense, nel Quartiere Tuscolano, e ricorda il Ragionier Ugo Fantozzi, figura letteraria e cinematografica creata e interpretata da Paolo Villaggio che rappresenta nell'immaginario collettivo l'impiegato dedito alla sudditanza e vittima di soprusi e abusi di potere. L'episodio citato nella targa e per cui Fantozzi è ricordato proprio in questo luogo si verifica nel film Fantozzi, il primo dedicato all'impiegato, ed è quello in cui il protagonista si lancia letteralmente dal balcone che affaccia sulla tangenziale per prendere l'autobus e arrivare in orario in ufficio.
In realtà, nel film, la casa di Fantozzi è una location doppia: seppur sia qui che si trova il celebre balcone, le scene che mostrano il cortile sono state girate in uno stabile di Via Donna Olimpia, nel Quartiere Gianicolense.

Ferrovia Roma Ostia Lido






Ferrovia Roma Lido oggi presso la stazione di Casal Bernocchi Centro Giano verso Acilia.

L'idea di collegare Roma con il mare risale alla fine dell'ottocento, quando la bonifica degli stagni di Ostia iniziò ad essere realizzata e sorse il bisogno di un collegamento con Roma.
Un primo impulso alla costruzione della linea fu dato dalla STEFER nel 1901, che presentò un progetto di massima mai approvato.
Nel 1904 il Comitato Nazionale Pro Roma Marittima, guidato dall'ingegnere Paolo Orlando, presentò, insieme al piano per la costruzione di un'area portuale nella zona di Castelfusano anche il progetto per la costruzione di una ferrovia per le merci, a doppio binario, che avrebbe collegato il nuovo porto con la nascente zona industriale di Roma San Paolo. Nel 1909 il Municipio di Roma, firmò una convenzione con una società belga, poi sostituita da una francese, ma i cantieri non partirono mai.
Il 1914 il Comune di Roma, su iniziativa  dell'ingegnere Paolo Orlando, divenuto intanto assessore per l'Agro Romano, affidò il progetto della ferrovia dagli ingegneri Cecchi e Sirletti. 


Aree industriali assegnate allo SMIR per lo sviluppo di Roma Marittima, con il tracciato della ferrovia Roma Ostia.

Il 15 Maggio 1915 la giunta comunale di Roma, presieduta da Don Prospero Colonna, approvò il progetto definitivo della linea che sarebbe stata lunga 23 km con stazione di partenza a Porta San Paolo e di arrivo a Ostia Mare. 
Lo scoppio della prima guerra mondiale bloccò però l'inizio dei lavori, che cominciarono solo nel 1917 impiegando per le opere preliminari circa 500 prigionieri di guerra austriaci, che risiedevano nel Borgo Acilio, e furono decimati dall'epidemia di febbre spagnola.


L'Assessore Paolo Orlando tiene il discorso inaugurale all'apertura dei cantieri nel 1918.

Terminata la guerra, il 30 dicembre 1918, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, l'assessore Paolo Orlando, il sindaco di Roma Prospero Colonna e altri rappresentanti politici iniziarono ufficialmente i lavori della ferrovia, con la posa del primo masso di fondazione del ponte sul torrente Almone.
Nel febbraio del 1919 fu costituito con Regio Decreto l'ente SMIR (Sviluppo Marittimo e Industriale di Roma), con presidente Paolo Orlando, il cui scopo era la costruzione della ferrovia Roma Ostia Mare, del porto  di Roma a San Paolo e di quello di Ostia.


Il 30 dicembre 1918 Paolo Orlando accompagna il re Vittorio Emanuele III sul cantiere della ferrovia presso S. Paolo.

Tra i progetti presentati delle due stazioni di testa da parte di alcuni architetti romani, tra cui Vincenzo Fasolo e Marcello Piacentini, quest'ultimo nel 1920 vinse il concorso per realizzare i due edifici.

A gennaio del 1920 furono appaltati alla ditta Ezio Leoni le opere per la sede ferroviaria, mentre l'elettrificazione fu affidata alla Tecnomasio Italiana.


Lavori di scavo della galleria di S. Paolo nel 1920.

Nell'aprile del 1920 iniziò lo scavo della galleria di 230 metri sotto la roccia di S. Paolo. Fu scavata a piccone e sterrata con file di carrelli decouville spinti a mano.


Il 4 giugno del 1920 Paolo Orlando visita il cantiere della galleria di Porta San Paolo in costruzione.

Il 10 dicembre 1921 Vittorio Emanuele III presenziò alla posa della prima pietra della stazione ferroviaria di Ostia Nuova. 
La costruzione della linea procedette alacremente, e nel settembre 1921, in località Risario, avvenne il congiungimento dei due tronchi di lavoro. Mancavano però ancora da completare la costruzione delle due stazioni, la posa dei binari e della linea elettrica. Nel 1922 le due stazioni erano pressochè completate.
La liquidazione dell'ente SMIR, avvenuta nel giugno del 1923 bloccò nuovamente i lavori, che vennero ripresi solo nel febbraio 1924 dalla SEFI (Società Elettro Ferroviaria Italiana).
A tale società fu assegnata una nuova concessione ed una sovvenzione di 26.336 lire. Forti furono le pressioni da parte del governo, Mussolini in persona, convocato il 3 febbraio del 1924 il prof. Egisto Grismayer, presidente della SEFI, gli fece presente che il successivo 10 agosto si sarebbe recato ad Ostia in treno. 




Fu così che i lavori ripresero rapidamente e il 10 agosto 1924 si procedette all'inaugurazione della linea, anche se mancavano da completare il doppio binario, la linea aerea di contatto e il materiale rotabile non era stato ancora completamente consegnato. 



La locomotiva imbandierata per l'inaugurazione della linea il 10 agosto 1924, alla stazione di Porta San Paolo.

Il convoglio inaugurale, che partì alle ore 10 del 10 agosto 1924, con a bordo il capo del governo Benito Mussolini dalla stazione di Porta San Paolo, fu composto da una locomotiva a vapore e da quattro vetture, un bagagliaio ed una carrozza panoramica noleggiate dalle FS insieme alla locomotiva ed al personale di macchina. 
Fino a quel momento la linea era costata circa 81.200.000 lire pari al 292% del costo originariamente preventivato.
Nello stesso giorno si tenne la cerimonia di posa della prima pietra del nuovo edificio comunale di Ostia. Le autorità si recarono infine nello stabilimento Roma, allora in costruzione, dove la SEFI offrì un banchetto.
Il giorno successivo la linea venne aperta al pubblico, con 10 coppie di treni giornaliere con un tempo di percorrenza di circa 50 minuti.


Mussolini il 21 aprile 1925 inaugura il servizio di trazione elettrica Roma Ostia.

I lavori per il completamento della linea continuarono fino al 21 aprile 1925, Natale di Roma, giorno in cui furono inaugurati sia l'esercizio a trazione elettrica, fornita dalla sottostazione elettrica di Acilia, che il secondo binario, rendendo la linea pienamente completa e funzionale. Sempre in questa data fu inaugurato il nuovo deposito locomotive a Ostia. Grazie alla trazione elettrica, i tempi di percorrenza venivano abbassati a circa trenta minuti.


Un convoglio della ferrovia Roma Ostia negli anni trenta.
Gli anni trenta furono caratterizzati da un grande afflusso di romani durante il periodo estivo, in cui divenne un'abitudine di massa andare al mare in giornata con il treno. 
Il 1 agosto 1941 la SEFI fu assorbita dalla STEFER (Società delle Tramvie E Ferrovie Elettriche di Roma) che gestiva le tramvie per i Castelli Romani e la ferrovia Roma Fiuggi.
La guerra comportò gravi danni sulla linea, con bombardamenti alla stazione di Roma Porta San Paolo (3 marzo 1944), ad Acilia, a causa della presenza della sottostazione elettrica, che fu distrutta (11 dicembre 1943) e Ostia Mare (dicembre 1944) che danneggiarono gravemente il fabbricato viaggiatori. I Tedeschi minarono i 10 km di pali elettrificati tra Ostia e Acilia distruggendo le traversine dei binari devastando completamente quel tratto di linea.
Il 21 settembre 1944 la linea riaprì con trazione a vapore, mentre nel Natale del 1945 fu riattivata la trazione elettrica.
Dopo la guerra furono realizzati lavori di potenziamento della linea con il prolungamento fino a Ostia Levante, con la costruzione delle stazioni Stella Polare (1948) e Castel Fusano (1949). La vecchia stazione di testa diroccata fu demolita e ne fu inaugurata un'altra lungo la nuova tratta con il nome di Lido di Ostia Centro (4 giugno 1951).