La confraternita omosessuale nella Chiesa di San Giovanni a Porta Latina nel XVI Secolo

La Chiesa di San Giovanni a Porta Latina
 La Chiesa di San Giovanni a Porta Latina si trova nel Rione Celio ed è attualmente molto gettonata dalle coppie come location per i matrimoni. Tuttavia, nel XVI Secolo in questa Chiesa secondo molti resoconti era attiva una confraternita che praticava matrimoni omosessuali.

Il filosofo Michel De Montaigne, nel suo diario di viaggio Journal du Voyage en Italie scritto tra il 1580 e il 1581 riporta, alla data del 18 Marzo 1581:

"Di ritorno da San Pietro m’imbattei in un tale che gentilmente mi pose al corrente di due fccende: che i portoghesi facevano l’obbedienza la settimana della Passione; e che in quel giorno la chiesa prescelta era San Giovanni Porta Latina, nella quale non molti anni addietro alcuni portoghesi s’erano riuniti in una curiosa confraternita, e durante la messa si sposavano uomini con uomini, attenendosi alle stesse cerimonie che usiamo noi per le nozze: si comunicavano insieme, leggevano il medesimo vangelo nuziale e poi dormivano e abitavano assieme. Gli esperti romani asserivano che, siccome l’altra riunione fra maschio e femmina è resa legittima da un’unica circostanza, la celebrazione del matrimonio, era parso a quella brava gente che quest’altro atto sarebbe divenuto del pari legittimo qualora si fosse ricorso ai riti e ai sacramenti della Chiesa. Otto o nove portoghesi di quella bella confraternita finirono bruciati."

 L'episodio cui il Montaigne fa riferimento risale al 1578. Al tempo San Giovanni a Porta Latina si trovava in una zona poco abitata, ai margini della città, e giaceva in uno stato di parziale rovina. Si hanno informazioni confuse su chi fossero questi "portoghesi" di cui lo scrittore parla, e di loro conosciamo anche la testimonianza dell'ambasciatore veneziano Alessandro Tiepolo che in un rapporto del 2 Agosto 1578 scrisse che erano stati arrestati "undeci fra portoghesi et spagnuoli, i quali, adunatisi in una chiesa ch’è vicina S. Giovanni in Laterano, facevano alcune lor cerimonie et con horrenda scelleraggine, bruttando il sacrosanto nome di matrimonio, si maritavano l’uno coll’altro congiungendosi insieme come marito e moglie".

Questa notizia, molto insolita per la Roma del tempo, è stata oggetto di approfondimento da parte del ricercatore Giuseppe Marcocci, che la ha raccontata e documentata in un saggio dal titolo Matrimoni omosessuali nella Roma del tardo Cinquecento su un passo del "Journal" di Montaigne.

 Le ricerche del Marcocci hanno contribuito a far conoscere l'identità dei membri della singolare confraternita, che era formata da coppie stabili e non, tendenzialmente di nazionalità spagnola, portoghese e un albanese. Alla fine i condannati a morte furono otto: il barcaiolo albanese Battista, il catalano Antonio de Vélez, Francisco Herrera di Toledo,Bernardino de Alfar di Siviglia, Alfonso de Robles di Madrid, Marcos Pinto di Viana do Alentejo, Jerónimo de Paz di Toledo e Gaspar de Martín de Vitoria.

 Vennero condannati al rogo, una pena che non scandalizza Montaigne quando la racconta, ma anzi ne parla quasi come di una cosa normale perché, come è facile intuire, all'epoca non solo l'omosessualità, ma la propria ufficializzazione attraverso il matrimonio - un istituto che all'epoca era prima di tutto un sacramento -, rappresentava qualcosa al di fuori della legge e della morale.

 Ma come era stato possibile che un gruppo di persone era riuscito, in quegli anni, a ufficializzare a tal punto la propria omosessualità e viverla in una singolare realtà proprio all'interno della città di Roma? Dobbiamo contestualizzare che quegli anni videro la capitale protagonista di numerosi problemi di ordine pubblico. Una serie di condizioni politiche, economiche e sociali avevano portato Roma a una profonda diffusione della povertà e a problemi di ordine pubblico, accompagnati anche da frequenti saccheggi nell'Agro Romano (si pensi al caso di Marco Sciarra e all'assedio di Cerreto).

 In questo contesto, Roma era ricca di vagabondi, prostitute e numerose figure ai margini della società del tempo: questa singolare confraternita va inquadrata all'interno di questa situazione di ordine pubblico che vide il suo apice probabilmente proprio negli anni a cavallo tra i '70 e gli '80 del XVI Secolo.

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